Il 2 settembre del 1945 – meno di un mese dopo l’atomica su Hiroshima e Nagasaki – la corazzata americana Missouri ancorata nella baia di Tokyo riceveva a bordo i delegati del governo giapponese incaricati di sottoscrivere la capitolazione del Giappone. Le immagini di quell’evento sono rimaste impresse nella storia.
I rappresentanti del Sol levante erano in piedi (foto in alto, sotto il titolo): alcuni indossavano il tight e il cilindro, rasentando il ridicolo, altri l’uniforme militare di rappresentanza. Erano undici e i loro volti mesti indicavano oltre l’umiliazione per la resa, il grande imbarazzo per lo scenario che li circondava: attorno al gruppetto degli sconfitti, sul ponte della nave e sulle torrette dei cannoni si accalcavano centinaia di marinai e più da vicino erano radunati i rappresentanti degli alleati, giornalisti, fotografi e cineoperatori. Di fronte, al di là del tavolo con i documenti della resa da firmare, attendeva il generale americano David MacArthur che indossava una semplice divisa estiva, pantaloni e camicia beige senza cravatta.
La cerimonia a bordo della Missouri durò una mezz’ora e venne trasmessa in tutto il mondo. La prima firma sulla resa fu quella del ministro degli esteri giapponese Mamoru Shingemitzu (nella foto in alto con il bastone) «per comando e in nome dell’Imperatore del Giappone e del governo giapponese» . Successivamente venne firmata dal generale Yoshiro Umezu «per comando e in nome dei quartier generali imperiali giapponesi». Controfirmò il generale MacArthur, comandante nel Pacifico sudoccidentale e comandante supremo delle potenze Alleate. Nel suo discorso di chiusura, MacArthur auspicò che da quell’evento solenne «nascesse un mondo migliore, fondato sulla fede, la comprensione, la dignità dell’uomo, la libertà, la tolleranza e la giustizia».
Alla cerimonia erano assenti i rappresentanti ufficiali della Cina, la nazione che più delle altre aveva subito la ferocia militare del Giappone in un conflitto, iniziato nel 1931 con l’occupazione della Manciuria e concluso con la resa dei giapponesi agli americani firmata sulla Missouri. Ma le truppe del Sol levante occupavano ancora quasi metà del Paese e l’abbandonarono soltanto grazie all’intervento USA.
Eppure 80 anni dopo quella capitolazione, lo scorso 2 settembre il presidente cinese Xi Jinping ha voluto ricordare quello storico avvenimento con una grande manifestazione, come se il merito della fine dell’imperialismo nipponico fosse stato della Cina. «Nel 1945, dopo 14 anni di resistenza, la Cina raggiunse la vittoria al prezzo tremendo di 35 milioni di morti tra militari e civili» aveva dichiarato il presidente commettendo un falso storico. Se il numero delle vittime si avvicina alla verità, le sorti della Cina sarebbero state diverse senza il grande impegno americano contro il Giappone nel conflitto scoppiato a dicembre del 1941 dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.
Ma quasi certamente quella commemorazione è stata il pretesto per dimostrare al mondo, con una grande e spettacolare parata militare, e alla presenza dei leader del BRICS e di altri Paesi, la forza della nazione.
I BRICS sono un raggruppamento informale di economie emergenti fondato da Brasile, Russia, India e Cina, a cui si sono aggiunti il Sudafrica e successivamente altri Paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. Non si tratta di una alleanza politico-militare, ma di una coalizione economica che mira a dare maggiore peso ai Paesi membri sulla scena mondiale, confrontandosi con l’ordine globale dominato dalle economie occidentali (e ora in crisi).
È importante che rimanga il ricordo di quei milioni di cinesi morti in 14 anni di guerra: secondo i calcoli dell’ONU, furono approssimativamente 3.220.000 i militari e 17 milioni i civili dei quali più di otto milioni uccisi dai giapponesi. Inoltre ci sarebbero le vittime dei conflitti tra i “signori della guerra” cinesi e tra il governo nazionalista del presidente Chiang Kai-shek contro i comunisti di Mao Tse-Tung.
Nel suo discorso Xi Jinping ha voluto estrarre dall’archivio della Storia uno degli avvenimenti più cruenti del secolo ventesimo. Poco meno di due mesi fa, come avviene tutti gli anni, il mondo ha voluto ricordare in modo solenne le vittime giapponesi dell’atomica, un avvenimento che non si può dimenticare, soprattutto di questi tempi.
Ma quanto hanno fatto i giapponesi durante l’occupazione della Cina e di altri paesi dell’Asia è stato sempre trascurato dalla memoria storica, come accade anche per il trattamento inumano subìto dai prigionieri alleati. Tra inglesi e americani ne morirono il 36% a causa di lavori forzati, denutrizione, torture e uccisioni arbitrarie.
Il massacro di Nanchino, la capitale cinese di allora, compiuto dalle truppe giapponesi, fu il peggiore degli eccidi di civili compiuto in epoca moderna. Si parla di 350 mila morti ufficiali, ma furono di più, forse 500 mila.
L’inglese James Mc Callum, allora membro dell’ambasciata britannica, così lo racconta in una lettera alla famiglia (19 dicembre del 1937): «È una storia orribile da raccontarsi; non so come incominciare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola. Probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso in questa città oggi. Trenta ragazze sono state catturate nella scuola di lingue la scorsa notte, e oggi ho sentito storie strappacuore di ragazze rapite dalle loro case: una di esse non aveva più di dodici anni. Oggi è passato un camion su cui c’erano 8 o 10 ragazze nude che ci hanno gridato Jiu ming! Jiu ming! (salvateci la vita!)».
Migliaia di persone furono portate via e uccise dopo essere state condotte in quello che fu chiamato “il fosso dei diecimila cadaveri”, una specie di trincea lunga circa 300 metri e larga 5. In assenza di cifre ufficiali, si stima che il numero dei sepolti nella fossa possa essere stato tra i 4.000 e i 20.000. La maggior parte degli storici e degli studiosi tuttavia valuta tale numero superiore alle 12.000 vittime.
Donne e fanciulli non furono risparmiati dagli orrori del massacro. Spesso i soldati giapponesi tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette, sventravano le ragazze o, se le vittime erano incinte, strappavano loro il feto dal ventre; molte furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre dei testimoni ricordano bambini lanciati in aria e trafitti al volo con la baionetta.
Gli ufficiali facevano a gara a chi ne ammazzava di più. Un giornale giapponese dell’epoca così racconta con grande cinismo questo episodio: «Incredibile record nella gara ad uccidere 100 cinesi con la spada: Mukai 106 – Noda 105, I due sottotenenti (nella foto qui sotto, ndr) vanno ai tempi supplementari».

Un mese prima i giapponesi avevano conquistato Shangai, dopo duri combattimenti contro l’esercito nazionalista cinese. Morirono 200 mila civili non è certo se in maggioranza per i bombardamenti o per le violenze degli occupanti. Molti abitanti della metropoli cercarono di mettersi in salvo nelle concessioni occidentali, ma le truppe britanniche li respinsero. A queste stragi si aggiunsero le altre compiute dai giapponesi in tutto il territorio cinese occupato.

Il tribunale alleato, detto anche la Norimberga di Oriente, si riunì il 3 maggio del 1946 e i lavori si conclusero il 12 novembre del 1948. Ci furono 9 condanne a morte eseguite e alcune decine all’ergastolo. Ma nessuno rimase a lungo in prigione.
Il generale MacArthur rimase in Giappone per 5 anni con il compito di crearvi un governo democratico. Ma lavorò anche per esonerare l’imperatore Hirohito e tutti i membri della famiglia imperiale dalle responsabilità della guerra. In realtà fu Hirohito per primo a volere la guerra e a ignorare i trattati che limitavano i soprusi dei militari. Un Giappone in pace e alleato era importante per gli USA ormai in piena guerra fredda.
Oggi la Storia si ripete con altri attori.



