Rispetto ai raid di droni sull’Ucraina e alla tempesta di morte su Gaza, la Battaglia di Pavia di cui nel 2025 ricorrono i 500 anni può apparire una ricostruzione in scala. I sontuosi arazzi fiamminghi che ne tramandano le immagini fino a noi ricostruiscono certamente una carneficina che, in appena un paio d’ore, fece almeno diecimila morti. Sono vittime però sublimate in opera d’arte. Dai nostri smartphone, invece, oggi ci arriva lo schiaffo secco della realtà.

Fatta questa premessa, il visitatore che arriva nella città lombarda in riva al Ticino può vedere la mostra Pavia 1525. Le arti nel Rinascimento e gli arazzi della battaglia, una delle più interessanti e fruibili dell’autunno (è aperta fino all’11 gennaio 2026, nel Castello Visconteo di Pavia; il catalogo è pubblicato Dario Cimorelli editore; info, qui). Anche perché, a fare da introduzione e ricostruzione di contesto per i celebri arazzi – che sono un prestito del museo napoletano di Capodimonte, a cui appartengono – c’è una galleria di capolavori e testimonianze artistiche realizzate tra l’ultimo quarto del Quattrocento e il 1525. È appunto l’anno in cui, il 24 febbraio, subito fuori dalle mura di Pavia assediata, si battono l’esercito imperiale di Spagna e quello francese. In gioco, c’è la supremazia sul ricco ducato di Milano e i territori di Lombardia.

Le opere esposte, solo per citare alcuni autori, sono di Ambrogio e Bernardino Bergognone, Bernardino Lanzani e Perugino, del Maestro delle Storie di Sant’Agnese e di Giampietrino, fino a Leonardo da Vinci, presente con alcuni disegni dal Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana e dalla collezione reale di Windsor. Poi, nelle grandiose sette tessiture – su disegno dell’artista del XVI secolo Bernard van Orley da Bruxelles – sono raffigurate e mirabilmente dettagliate varie fasi del combattimento tra le forze del sovrano spagnolo Carlo V e quelle del francese Francesco I, arrivati allo scontro decisivo.

La vulgata storica continua a ripetere che l’evento decide i successivi assetti dell’Europa per secoli (di sicuro gli spagnoli predominano in Italia per lungo tempo) ed è la prima volta in cui le armi da fuoco trovano largo impiego. Risultano l’elemento determinante per sbaragliare la cavalleria pesante del re di Francia; un’“evoluzione” gravida di conseguenze. Pur nell’incertezza delle cronache contemporanee, come detto i caduti sarebbero circa diecimila. Moltissimi tra i francesi e i mercenari svizzeri che affrontano, oltre ai soldati spagnoli, gli altri “assoldati”, ovvero i temibili lanzichenecchi tedeschi. E tra gli sconfitti sono centinaia quelli che finiscono, affogando, nelle acque invernali del Ticino gonfiato da forti piogge. Un episodio crudele puntualmente riprodotto negli arazzi.
Francesco I – ferito – viene catturato dai cavalieri spagnoli (non da Carlo V, come riporta la propaganda del tempo) e la battaglia mette fine alla IV Guerra d’Italia. Pavia e i suoi abitanti, secondo il copione di ogni conflitto, pagano il prezzo più altro: assediati a ripetizione fin dal 1517 – con “molta ruina” – sintetizza un cronista dell’epoca – quindi nel 1524-1525 e, se non bastasse, ancora nel 1527 e 1528.

La città fondata dai romani e centro vitale della Padania viene messa a durissima prova. Qui dove sono stati incoronati i re longobardi; dove è sepolto Sant’Agostino (nell’arca in marmo della chiesa di San Pietro in Ciel d’oro); dove gli studi universitari hanno avuto una culla e dove viene costruita la leggendaria Certosa, caposaldo della cristianità in Italia (di questi giorni, però, è la notizia che gli ultimi sei monaci cistercensi lasceranno allo Stato la gestione del complesso per mancanza di nuove forze).
In un “ecosistema culturale” così favorevole si sviluppa anche l’espressione artistica in mostra adesso al Castello Visconteo. Ecco quindi, saliti al primo piano, la serie di opere d’ispirazione sacra che fanno da preambolo agli arazzi-star. La curatela è di Laura Aldovini, Francesco Frangi, Pietro C. Marani e Mauro Natale.

Tra la fine del Quattrocento e la battaglia del 1525, Pavia gode di una fortuna artistica che attraversa il dominio degli Sforza e si compie con Ludovico il Moro. Un caposaldo è la Pala Bottigella (1487). Raffigura una Madonna in trono sotto un cielo stellato, con le figure di santi e beati riuniti in una sorta di “emiciclo” prospettico intorno alla Vergine. Colpiscono poi le tavole di Ambrogio da Fossano, il Bergognone, per la ricchezza e i dettagli dei personaggi ritratti (un polittico del 1492-1494, con Cristo Salvator Mundi, la Madonna allattante e gli Evangelisti, che indossano vesti a dir poco fastose).

È il grande cantiere della Certosa di Pavia che calamita artisti dall’Italia oltre a significative figure locali, a partire da Giovanni Antonio Amadeo (con le sue sue delicate sculture di marmo racchiuse dalle formelle). Tra gli altri nomi che arricchiscono la mostra, ci sono Vincenzo Foppa, Bernardino Zenale, il Maestro della Deposizione di Pavia. E vertici della sezione quattrocentesca, i ricordati disegni di Leonardo da Vinci che è presente in città tra 1489 e 1490. Dalle osservazioni nelle scuderie di Galeazzo Sanseverino, l’artista toscano realizza splendidi schizzi di cavalli, che Giorgio Vasari descrive con queste parole: «Un libro di notomia di cavagli fatta da lui per suo studio»; e, ancora, tratteggia schemi di chiese ed edifici religiosi.
A proposito, durante il soggiorno pavese, a Leonardo viene anche chiesto un consiglio sull’“erigendo” Duomo, ambiziosissimo progetto su ispirazione di Bramante. Accanto a quello della Certosa è l’altro prestigioso cantiere della città lombarda. E, sempre nell’esposizione, si resta sbalorditi davanti all’enorme modello in legno dell’edificio. È un unicum: in genere questi antichi “plastici”, necessari per le maestranze, venivano fatti a pezzi alla fine della costruzione. Quello di Pavia è stato realizzato, tra 1493 e 1526, dagli intagliatori Cristoforo Rocchi e Giovan Pietro Fugazza ed è fresco di restauro: occupa un’intera sala del Castello, misurando cinque metri di lunghezza per tre metri di larghezza e altrettanti di altezza. Un capolavoro in formato ridotto, non meno del Duomo a grandezza naturale che con la sua cupola tocca i 97 metri.

Questa parte della mostra ha il pregio di offrire una panoramica esaustiva – grazie a testimonianze prestigiose e a una spiegazione efficace anche per i non addetti ai lavori – del passaggio tra l’iconografia che chiude il Quattrocento e quella del primo Cinquecento. Dalle figure ben ordinate nel loro spazio prospettico a personaggi che invece riempiono le tele ed esprimono un dinamismo più moderno, si veda la squillante Pala di Giampietrino del 1521.

Il percorso di dipinti e oggetti arriva dunque al 1525. E si entra nell’ultima sala, che si sviluppa in un corridoio monumentale, al cospetto degli arazzi della Battaglia (l’allestimento è curato da Carmine Romano e Mario Epifani). Sono enormi, sviluppano in lunghezza un totale di 60 metri per 4,3 metri di altezza, con trame di fili di lana e sete pregiate, e meravigliosi fili d’oro e d’argento. Impressionano per la raffinatezza, che possiede profondità e, secondo la tradizione iconografica fiamminga, forniscono dettagli naturali e architetture, seguendo il gusto del minimo particolare.

Le tessiture descrivono la cattura di Francesco I così come la rotta degli svizzeri – i mercenari dei francesi che vengono spinti nel Ticino, dove trovano la morte – solo per indicare due tra i moltissimi punti focali. Psichedeliche sono le rappresentazioni dei lanzichenecchi, con i loro abiti che a tutto somigliano fuorché a uniformi: coloratissimi e messi insieme con stoffe preziose bottino di razzie, fanno realmente moda. Tant’è vero che durante il Cinquecento il loro “stile” influenzò l’abbigliamento delle ricche corti europee. Lanzichenecchi tedeschi come influencer ante litteram.

Questi arazzi affascinano per la complessità e la vividezza delle immagini, per la capacità di ricostruire luoghi e ambienti che gli artisti non avevano mai visto direttamente. Il caos di uomini e spade, i cavalieri disarcionati, le foreste di lance a evocare la potenza dell’esercito spagnolo. Le esplosioni che si accendono in un settore della battaglia testimoniano il nuovo ruolo delle “bocche da fuoco”, per esempio con le più efficienti canne in bronzo degli archibugi. È la tecnologia che, sostengono gli storici, innesca un “Rinascimento militare”.
Si potrebbe restare ore a osservare i frangenti dello scontro e non basterebbero comunque a coglierne tutte le sfumature, i riferimenti storici e quelli sociali (come la folla variegata che era al seguito degli eserciti). È questa molteplicità una delle magie nella mostra pavese.
A fine mattina di un tardo febbraio, l’esercito francese si arrende: la storia la scriveranno i vincitori – anche con i mirabili arazzi che Carlo V riceve in dono nel 1531. Gli scenari raffigurati sono drammatici, in un combattimento che non contempla pietà. Eppure questa incredibile cronaca bellica è intessuta di bellezza. Sangue, dolore e polvere sono riservati alla nostra quotidiana attualità.

Nella foto in apertura, Bernard van Orley, disegnatore (circa 1488-1541), Willem e Jan Dermoyen, arazzieri (Bruxelles, attivi circa 1520 – 1540), Cattura del re Francesco I, 1528-31 ca.
- Giornalista scrittore e fotografo, Mauro Querci ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui



