Leggo sul risvolto di copertina di All’ombra di mio padre di Alberto Vigevani (Sellerio 2007, prima edizione Mondadori 1984) che è “…il ritratto del padre, rappresentante di una sicura ed elegante borghesia ebraica degli anni Venti del Novecento…”. Vigevani (Milano, 1918-1999) è anche questo, uno scrittore che racconta un mondo e un tempo, entrambi destinati a una fine crudele, senza che nessuno degli adulti – quelli che Vigevani ha tanto ammirato e “studiato” per carpirne i segreti – possa salvare se stesso e gli altri.
Sparpagliata tra romanzi, racconti e saggetti, per Vallecchi, Mondadori, Rusconi, e in via di ripubblicazione ma disordinata da Sellerio, l’opera di Vigevani sembra comporre un libro solo, tanto che – lo avevo scritto a proposito de La breve passeggiata (Sellerio 2021, ma prima Rusconi 1993) – in ogni volume aperto, come per sortilegio, ho l’impressione di entrare con l’autore bambino nei Giardini di via Palestro.

Forse perché da qualche parte nelle pagine si è verificato uno smottamento sentimentale e – copio dalla Treccani – la narrativa dello scrittore milanese, “dominata dalle suggestioni della memoria nel clima stilistico della più aristocratica letteratura lombarda, e nutrita da una costante riflessione sui temi dell’ebraismo, si è aperta a un progressivo recupero lirico dell’infanzia e dei ricordi familiari”.
Quasi per necessità umana che diventa poi necessità e convenienza letteraria, la pista della memoria negli scritti di Vigevani porta l’autore adulto a ripartire dallo stato primitivo dell’infanzia, oppure da quello di ignoranza e agitazione febbrile dell’adolescenza: sono le stagioni dell’attesa, cruciali per la definizione di sé. Penso alla giustamente celebre novella L’invenzione (Sellerio 2017, Vallecchi 1970).
Penso a quante volte il padre compare nelle pagine di Vigevani, padre vero o inventato, ricordato e indagato. Discosto, misterioso, forse depositario di segreti appartenenti a un’élite stravagante e importante – in quanto avvocato di gente di teatro – lui così schivo, semplice e severo più che disilluso. Un padre cauto e importante senza sembrare mai volerlo essere.

L’ultimo corpo a corpo è ne L’abbandono (Rusconi, 1991), romanzo in forma di lettera allo sfuggente medico di famiglia, inchiodato infine alla sua vana meschinità. Qui, nella piena maturità, lo scrittore riaffronta il rapporto con il genitore per via indiretta attraverso una figura parentale, l’apparentemente infallibile luminare, anch’egli – come scopriremo insieme a Vigevani – soggetto in qualche incredibile e deludente modo all’impotenza dell’uomo di fronte alla morte. Mi manca solo da sottolineare, per chi troverà il libro magari su una bancarella, di considerarne la struttura complessa, stratificata, la scrittura bellissima e difficile, che è tutt’uno – fa specchio allo sforzo della comprensione.
Leggo Vigevani in questi giorni al chiosco dentro il parco, come facevo in pandemia quando avevo accucciata a fianco la mia piccola Bu, e intanto mi chiedo che scrittore sarebbe stato se non ci fosse stata la Shoah ad allungare un’ombra su ogni sua pagina rendendola da preziosa straziante… (le mie considerazioni si fermano al Novecento, qui non voglio nemmeno pensare all’odierno “suicidio di Israele”).
Per concludere provvisoriamente sui giardini, ricopio qui una riflessione (molto proustiana) di Vigevani: “È difficile pensare ai giardini della propria città come a un insieme unitario: una sola, cinematografica e in fin dei conti anonima fuga di aiuole, sentieri, piante, viali. Ogni giardino sta a sé, vive di vita autonoma, non è soltanto una macchia verde sulla mappa mattone della città, ma un denso grumo di memorie, un album d’immagini da sfogliare adagio: quell’albero, quella piazzuola, un’ombra più rada, una luce più fredda. E la voce, la figura di chi mi accompagnava. Persino ogni viale, ogni parterre sta a sé, anche se a prima vista parrebbero confondersi con altri” (da Milano ancora ieri, Marsilio 1996, Sellerio 2012). Preferisco dimenticare che i Giardini di via Palestro sono ora dedicati a Indro Montanelli.
I LIBRI Alberto Vigevani, All’ombra di mio padre (Sellerio), L’abbandono (Rusconi). Su La breve passeggiata, qui



