Nel loro conformismo le ragazze tristi prima o poi rispolverano l’immagine tentatrice della poetessa che mette la testa nel forno (salvo che loro non si preoccuperebbero di preparare la colazione per i bambini). Succede in specie se, pur essendo ultra trentenni cameriere scazzate nella Roma d’oggi, fanno ancora i conti (e presto sapremo il perché) con un ragazzo del passato, uno che sembra uscito dagli anni Settanta, il suo viso remoto e malinconico, lo sguardo rivolto chissà dove, i capelli o comunque qualcosa in lui che permette di spendere l’aggettivo “cristico”.
Veronica Raimo scrive con antiche e nobili tare il suo nuovo romanzo Non scrivere di me (Einaudi), dal titolo spiazzante e contraddittorio come del resto era Niente di vero, il molto divertente memoir – paraculo e insincero o sincerissimo e disarmato – giunto in cinquina allo Strega 2022, vincendo il premio dei giovani.

Ma infatti: la letteratura, i romanzi per così dire tradizionali, cioè quelli d’invenzione e Raimo qui si è messa a inventare come si faceva una volta, non sono un diario buttato giù, una cronaca di meri fatti comuni o strabilianti, un calco di infinite e smorte pagine scritte in giornalistese. È doveroso fare subito notare a chi lo apre lo status di questo libro. E comunque: il personaggio che dice io nel romanzo di Raimo, e che è una ex ragazza triste, soffre pure di “patologia della consapevolezza”, la quale forse è l’opposto complementare del famigerato sguardo innocente (e anche un po’ infantile) di tanti protagonisti della nostra narrativa.
Questa “patologia” è un tributo necessario: Raimo e il suo personaggio (e lo sanno benissimo) si danno per muoversi uno spazio stretto e prezioso, allo scopo di trovare la verità di un racconto, che è fatta insieme di credibilità umana e di peso artistico. Solo così questo romanzo può essere fatto, come ciò che in esso accade, di “crudeltà, tenerezza e nitore”.
Anche se proprio la tenerezza viene a mancare nella scena madre che spacca in due il libro, che traghetta il presente confuso e ordinario in un passato straordinario e in una notte che non è presente, passato o futuro, perché sembra essere congelata nel tempo fermo della violenza (crudele e nitida? Comunque insanguinata. Il lupo non è crepato abbastanza).
È facile appassionarsi alla storia di una ragazza triste e di un maschio solitario come gli antieroi dei film americani degli anni Settanta, uno tipo Travis di Taxi Driver, ma non così alienato, anzi uno tipo il protagonista di Lark di Dennis May (il regista fittizio di questa storia che però assomiglia un po’ a Vincent Gallo). Un maschio che però commette qualcosa di orribile proprio nei confronti della ragazza che vive pensando a lui…
Non scrivere di me ha bisogno di essere un prodotto colto anche perché affronta una vicenda difficile, più che tossica, una violenza (maschile) che non è stata mai emendata né superata e che ha lasciato nella ragazza un terribile retaggio – e anche una parte intatta d’amore,“qualcosa di scandaloso e disperato”, che produce vergogna.

Questo libro di Veronica Raimo è il tour de force che ci porta nel mezzo e poi nel dopo di quella violenza, ma in un modo adulto e lontano dalle formulette del corretto e dello scorretto, quelle restino pure confinate alle chiacchiere da social o da tv del dolore. Ah, che qui si tratti davvero di letteratura (che è sempre cara a Raimo e che forse serve pure a qualcosa) si capisce bene dall’ultima riga del romanzo. L’ultima: non una di meno non una di più. Crudeltà, tenerezza e nitore.
Di Veronica Raimo abbiamo già parlato qui
In apertura, foto di Corinne Day/Bridgement Images



