Il romanzo breve di ispirazione autobiografica di Sibilla Aleramo, Una donna, è celebre, tradotto fin dalla prima pubblicazione in molte lingue e spesso citato come il capostipite delle nuove scritture femminili italiane: con gli anni, però, si è trasformato in un vessillo e questo spesso impedisce di riconoscerne la complessità.
Nel romanzo si racconta la storia di una ragazza che vive in un ambiente piccolo borghese, ipocrita e arretrato, che ama molto leggere e, novella Bovary, aspetta l’arrivo dell’amore che ingenuamente crede di trovare nell’uomo che la violenterà e che la sposerà.

La parte più sentita, sincera e angosciante dell’opera è la descrizione della vita matrimoniale della ragazza vessata dalla suocera, dalla cognata, oggetto di pettegolezzi nel piccolo paese, sola e isolata dalla famiglia di origine, in cui peraltro aveva lasciato una madre inerme e rinchiusa in manicomio e un padre traditore ed egoista. Grazie alla scrittura, al lavoro e a una piccola eredità, al culmine delle ennesime liti, botte e violenze da parte del marito, la ragazza prende la sofferta decisione di lasciare la famiglia e, inevitabilmente, il figlio: nella parte finale cerca di giustificare questo abbandono straziante con la sua volontà di diventare per il figlio un modello di dignità morale allo scopo di indirizzarlo alla ricerca della libertà.
È importante ricordare che, quando nel 1906 la Aleramo, allora trentenne, diede alle stampe quest’opera, lo fece anche per riportare la sua versione delle vicende che l’avevano indotta ad abbandonare veramente marito e figlio, per inseguire una aspirazione di libertà e di emancipazione che, in primo luogo, passava per il lavoro intellettuale e la scrittura.
Qualche anno prima, durante un traferimento romano, la Aleramo era entrata in contatto con l’ambiente delle riviste culturali, per le quali aveva cominciato a scrivere piccoli articoli sulla condizione femminile e, in quell’occasione, aveva conosciuto Giovanni Cena, caporedattore della rivista Nuova antologia, con il quale intrecciò una importante relazione sentimentale. Fu lo stesso Cena che incoraggiò la Aleramo, dopo la separazione dalla famiglia, a raccontare la sua vicenda in un memoir che poi diventerà il romanzo Una donna, sul quale egli non esitò a intervenire pesantemente sia tagliando parti secondo lui scomode del testo sia rimaneggiando la scrittura stessa, fissando così quel tono lirico che tanto caratterizza la produzione della Aleramo.

A dire il vero, l’intervento più pesante riguarda il nome stesso della autrice, perché fu lui a trasformare Marta Felicina Faccio detta Rina nella più esotica Sibilla Aleramo. Per quanto riguarda il cognome, il piemontese Cena si rifece a una poesia di Carducci che si intitola, appunto, Piemonte, in cui si dice “Cuneo possente e paziente, e al vago / declivio il dolce Mondoví ridente, / e l’esultante di castella e vigne / suol d’Aleramo”; invece, a proposito del nome Sibilla, la stessa autrice riporta, nell’opera Il passaggio, che “egli [Giovanni Cena] scrisse Sibilla. Nome di mistero, che doveva restarmi, nome nel mio destino, fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come dono periglioso”.
Giovanni Cena, perciò, ha costruito a tavolino un personaggio con un passato travagliato ed eroico, dal nome classicheggiante, aulico e carducciano, ovvero una sorta di guerriera paladina delle nuove istanze femministe, una Sibilla veggente che ascolta i suoi sentimenti e li riporta sulla carta con uno stile molto ispirato, che purtroppo in alcuni punti risente involontariamente di un dannunzianesimo strisciante. La giovane Rina accettò questo copione e, soprattutto nelle opere successive, vi si mantenne fedele. Raramente la Aleramo riuscirà, in seguito, a staccarsi dal tono elegiaco e autobiografico, narrando spesso dei suoi amori variamente tormentati.
Infatti, dopo la fine dell’amore con Cena, la Aleramo intreccerà diverse relazioni, la più chiacchierata delle quali fu quella con Dino Campana, diventata bene presto anch’essa un mito: il giovane poeta pazzo e ardente e la scrittrice esperta e scandalosa si incontrano per pochi giorni di passione. Da questo nucleo narrativo sono nati sceneggiati televisivi, film e libri che per lo più consolidano tale stereotipo, da cui si discosta in parte Sebastiano Vassalli nel libro La notte della cometa.

Grazie al romanzo Una donna, la Aleramo diventa, forse suo malgrado, un tassello della storia del femminismo italiano, che parte dalla costruzione del sé letterario e filosofico per arrivare alla conquista dei diritti. L’autrice aderì al femminismo militante facendo diventare anche il suo corpo oggetto di lotta: la libertà si conquista attraverso la sofferenza, e la rottura con il passato, attraverso una riflessione morale e tragica. In effetti questo femminismo della prima ora si sviluppò in una Italia ancora molto arretrata e da lì a poco soggetta al regime fascista, perciò il tono tragico era probabilmente il più adeguato.
Davvero singolare è guardare ai coevi sviluppi europei del femminismo e soprattutto osservare le diverse declinazioni delle lotte femministe. Un confronto necessario è con la figura di Colette, scrittrice francese che con la Aleramo condivide quasi esattamente il percorso biografico (Colette nacque nel 1873, la Aleramo nel 1876 e morirono la prima nel 1954 e la seconda nel 1960): le due autrici però rappresentano visioni dell’emancipazione femminile radicalmente diverse per tono, metodo e intenzione.
Anche Colette, come la Aleramo, agli inizi della carriera fu pesantemente condizionata dal marito, che cercò di usurparne le opere, ovvero la celebre e redditizia serie delle Claudine; per questi motivi la scrittrice lasciò dolorosamente una situazione familiare ormai insostenibile e dovette mantenersi da sola, con la scrittura, con il giornalismo ma anche con il teatro. In diverse occasioni, Colette si avventurò in storie sentimentali molto chiacchierate, ambigue e scandalose, continuando a scriverne con uno stile fluido e antiretorico e ostentando un disinteresse assoluto per le regole imposte dalla società.
L’emancipazione delle protagoniste femminili dei romanzi di Colette avviene passando dal corpo, dalla ricerca istintiva ed egoistica del piacere, dal rifiuto delle idee acquisite e della morale borghese, senza la mediazione della riflessione intellettuale. Colette è ironica e anticonformista, lontana ideologicamente dalle rivendicazioni militanti dei diritti delle donne e lontana dalla politica, ma nei fatti propone un esempio forte di femminismo applicato e realizzato.
La Aleramo e Colette sembrano incarnare modi profondamente diversi di declinare la libertà femminile, complementari tra di loro e, pur forzando un po’ la mano e con buona pace del disprezzo che Colette provava per le “suffragette”, si potrebbe pensare alle scrittrici come ad antesignane delle due distinzioni fondamentali che il cosiddetto femminismo della seconda ondata elaborerà solo decenni dopo: la Aleramo, soprattutto in Una donna, anticipa il femminismo dell’uguaglianza (molto attento alla rivendicazione dei diritti) e Colette è più vicina al femminismo della differenza (che si concentra sulla ricerca delle specificità del femminile).

In conclusione, Sibilla Aleramo è una scrittrice da rileggere, dopo averla tolta dal piedistallo e averne accettato le contraddizioni, senza limitarsi a commemorarla ma nella consapevolezza che alcuni problemi che lei ha incontrato non sono ancora stati risolti.
- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati



