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La pelle di Curzio Malaparte: un libro radioattivo

Il romanzo La pelle di Curzio Malaparte, ambientato per lo più a Napoli, mostra la città occupata dalle truppe alleate nel 1943 e devastata dalla guerra. Qui Malaparte mette in scena una umanità per sottrazione, alla quale è stato tolto tutto dalla fame, dalla violenza, dall’orrore; il popolo napoletano de La pelle non ha più morale, non ha nulla da mangiare, non ha denaro, dignità, scrupoli.

Non bisogna dimenticare, però, che prima di tutto questo è un romanzo e che Malaparte fu un grandissimo scrittore, quindi quello che stiamo leggendo non è un reportage, non è un memoir, non è una autobiografia. Infatti anche se l’Io narrante si chiama Curzio Malaparte e ha una splendida villa a Capri, il protagonista somiglia all’autore solo convenzionalmente, tanto quanto il Dante che si fa accompagnare da Virgilio nella traversata dell’Inferno somiglia al Dante vero.

Malaparte
Malaparte a Lipari nel 1934

Napoli stessa è descritta come una città infernale, popolata da dannati che però non sono solo colpevoli ma anche vittime della guerra, e Malaparte non è solo Dante, ma è Dante e Virgilio assieme, visto che il suo compito, in quanto ufficiale di collegamento, è quello di accompagnare il colto colonnello americano Jack Hamilton e l’ingenuo tenente Jimmy Wren nell’esplorazione dei bassifondi. Inoltre Malaparte non si sottrae alla colpa, ammette di essere stato anche lui vigliacco, ignavo, perciò non abita nel Limbo come Virgilio, esperto ma neutrale protagonista della Divina Commedia.

Il Malaparte personaggio prova a ostentare cinismo, ma piange e prova una incoercibile pietas. Tra parentesi, si noti che la Commedia aveva questo titolo perché il finale era fausto, e sulla carta Malaparte ci sta raccontando la liberazione e la vittoria degli alleati ma, al contrario, questo libro ci descrive una Tragedia, perché per le povere anime in pena del popolo italiano, ma anche di tutti i popoli umiliati e offesi, non ci sarà redenzione. Anche l’episodio finale della eruzione del Vesuvio ha qualcosa di apocalittico, ma non presuppone una palingenesi, ovvero non richiama lo “sterminator Vesevo” del Leopardi della Ginestra. Lo stesso Malaparte ci suggerisce che l’eruzione è una estrema protesta di un “Dio morto” (così appunto si intitola l’ultimo capitolo), al quale il popolo, senza altre risorse, devastato da una malattia fisica e morale, non può che fare offerte sacrificali seguendo dei riti paganeggianti, per evitare lo sterminio.

Malaparte
La pelle, Aria d’Italia, 6 dicembre 1949

Anche per questo il titolo originale sarebbe dovuto essere La peste ma, data l’uscita due anni prima, nel 1947, dell’omonimo romanzo di Camus, il romanzo si chiamò più opportunamente La pelle. Il nuovo titolo allude a un meraviglioso monologo in cui Malaparte dice:

È la civiltà moderna, questa civiltà senza Dio, che obbliga gli uomini a dare una tale importanza alla propria pelle. Non c’è che la pelle che conta, ormai. Di sicuro, di tangibile, di innegabile, non c’è che la pelle. È la sola cosa che possediamo. Che è cosa nostra. La cosa più mortale che sia al mondo. Solo l’anima è immortale: ahimè! Ma che cosa conta l’anima, ormai? Non c’è che la pelle che conta.

Questo brano esemplifica una delle principali differenze tra Malaparte e lo scrittore francese, che consiste nello stile. Mentre Camus lavora sulla ellissi, sul non detto, sulla raffigurazione simbolica della peste morale che invade Orano ma in realtà l’Europa e il mondo, la prosa ricca, colta, complessa di Curzio Malaparte non ci risparmia nulla. Molto spesso il suo stile viene definito barocco, ma forse è iperreale: infatti non condivide con il barocco né il gusto per la metafora né la ricerca della bella parola fine a se stessa, anche se non disdegna momenti di “lirismo delle macerie”, soprattutto quando descrive i colori, gli odori della città di Napoli, con un gusto bruegeliano per le devianze.

La pelle negli Oscar, con la prefazione di Luigi Baldacci

Inoltre, resta un unicum il pastiche linguistico formato dalla continua alternanza di italiano, inglese, francese che con molta naturalezza si srotola nei dialoghi. Più che un “Gadda in sedicesimo” (accostamento rischioso, considerando che nel 1949 Quer pasticciaccio brutto de via Merulana non era ancora uscito in volume), Malaparte si rivela qui un formidabile giornalista dal piglio espressionista, anche se la sua abitudine alla chiarezza sfocia talvolta nel didascalico.

Proprio l’acutezza dello sguardo del cronista, che osserva dettagli sordidi senza edulcorarli, che usa parole nette e taglienti per squadernarci davanti una realtà che non vogliamo vedere, ha fatto diventare questo libro un oggetto da manovrare con cautela. Infatti nel dopoguerra fu condannato da più fronti: perché non esaltava l’eroismo del popolo italiano, perché non metteva in buona luce gli americani, perché criticava l’ipocrisia dei marxisti, e anche perché descriveva i soldati afroamericani, gli omosessuali, le prostitute, gli stupri senza sconti e senza girarsi dall’altra parte. Senza dimenticare che fu persino messo all’Indice dei libri proibiti il 17 giugno del 1950 per la crudezza delle scene rappresentate.

Sempre nel 1950 riuscì anche a perdere alla finale del Premio Strega, surclassato da Cesare Pavese con La bella estate, un romanzo più concentrato su vicende private, e quest’ultimo tassello è significativo del clima culturale del dopoguerra italiano, più complesso di quanto l’idea del Boom economico non faccia supporre (clima magistralmente descritto, lo si dica en passant, nell’Orologio di Carlo Levi) e più incline a una rimozione pacificante della memoria del conflitto appena terminato. Lo stesso Malaparte venne lasciato ai margini del canone letterario perché la sua biografia così controversa e soprattutto la sua iniziale adesione al fascismo furono sentiti come un ostacolo insormontabile al riconoscimento del suo valore, salvo varie e successive strumentalizzazioni.

Malaparte
Marcello Mastroianni è Malaparte nel film La pelle

Con evidente sprezzo del pericolo, la pregevolissima regista Liliana Cavani nel 1981 ne ha tratto un film, ovviamente vietato ai minori di 14 anni: impresa ardua e riuscita solo parzialmente, ma non per imperizia, semplicemente perché mai come in questo caso è pressoché impossibile riuscire a riportare l’atmosfera del libro, in cui gli a parte filosofici sono più importanti dei fatti.

Malaparte
La pelle in edizione Adelphi

La sceneggiatura è impeccabile, segue molto bene e con grazia il testo, sebbene si prenda diverse licenze, e gli attori sono bravissimi, senza dimenticare la perfezione dei costumi, delle ambientazioni, della colonna sonora: tuttavia alcune immagini granguignolesche si sarebbero potute evitare, ma era l’unico mezzo che aveva la regista per cercare di imitare il senso di repulsione che si prova leggendo Malaparte. Però, mentre le immagini sullo schermo ci colpiscono sotto la cintura, il romanzo ci ferisce nella mente e nel corpo insieme, quindi investe il lettore con una potenza difficile da sostenere.

La pelle di Curzio Malaparte, quindi, sfugge a ogni definizione ed è difficile trovare aggettivi per qualificarlo: “radioattivo” sembra il più calzante perché, anche a distanza di quasi ottanta anni dalla pubblicazione, è un libro ancora pericoloso.

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Curzio Malaparte nel 1950 (foto Tempo)
  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
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