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Arthur Koestler. Buio a mezzogiorno: l’eclissi dell’Io

Alla fine degli anni Trenta, precisamente nel 1939, lo scrittore ungherese Arthur Koestler scrive il romanzo che gli darà la celebrità: Buio a mezzogiorno.

Si tratta del racconto dell’incarcerazione e del processo-farsa di Rubasciov (fa sempre un po’ effetto-nostalgia la traslitterazione d’antan dei nomi russi: nell’edizione recente, graficamente si trova il più moderno Rubascëv), un commissario politico di partito di un paese chiaramente modellato sull’URSS ai tempi delle grandi purghe staliniane, arrestato e condannato ingiustamente per un tradimento che non ha mai commesso.

Nel corso della narrazione, seguiamo le fasi dell’interrogatorio di Rubasciov che, abituato a essere lui l’accusatore, si trova dalla parte dell’accusato ed è costretto a subire pressioni più o meno violente fatte allo scopo di estorcergli una confessione.

uio a mezzogiorno, traduzione di Giorgio Monicelli, Collana Medusa n.174, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1946,
Buio a mezzogiorno, tradotto da Giorgio Monicelli, Mondadori, 1946

Questo romanzo, dunque, costruisce un universo concentrazionario in cui l’azione è rappresentata dai dialoghi tra gli inquirenti e Rubasciov, con alcuni inserti di pagine del diario interiore che Rubasciov cercava di tenere giorno per giorno. Durante gli interrogatori si susseguono due funzionari: il primo, Ivanov, molto preparato culturalmente, ma troppo morbido e accondiscendente, verrà fucilato e il secondo, Gletkin, più giovane e spietato, homo novus privo della forza dialettica di Ivanov, utilizzerà metodi più che discutibili per costringere Rubasciov a firmare la sua stessa condanna a morte. Il più grande dramma del libro è che Rubasciov firmerà, pur consapevole di essere innocente, perché si convincerà di fare, così, il bene del Partito, dimostrando che la vera sottomissione, prima ancora che fisica, è di natura psicologica.

I dialoghi, soprattutto quelli tra Ivanov e Rubasciov, sono modellati sul brano del Grande Inquisitore di Dostoevskij: si tratta di confronti filosofici, riflessioni politiche sul controllo delle masse, sulla presa del potere, sugli obiettivi di un totalitarismo come il socialismo di matrice stalinista, basato in buona sostanza sul fatto che il Partito ha sempre ragione e l’individuo deve essere subordinato alla sopravvivenza del Partito stesso.

A questa ideologia lo stesso Koestler aveva aderito in gioventù ma, soprattutto dopo aver assistito al Grande Terrore e al processo a Bucharin del 1938 (di cui si sentono degli echi in Buio a mezzogiorno), anch’egli costretto a confessare crimini mai commessi, decise di abbandonare il Partito, fuggire e denunciare la disumanizzazione imposta dalla presunta ragione di Stato e dalla cecità della macchina di controllo del consenso.

Le scelte biografiche di Koestler influenzarono tutta la sua produzione letteraria: di famiglia ebraica, inquieto e nomade, fu tra i primi a partire per la Palestina, poi andò in Spagna dove fu condannato dai franchisti, venne internato durante il governo di Vichy e fuggì nella Legione straniera, fu prima comunista durante gli anni in Germania e poi critico dell’URSS, esule fino a che non si stabilì definitivamente in Inghilterra, dove poi ottenne la cittadinanza; Koestler dunque alternò paesi, lingue, ideologie e relativi temi e pubblicazioni fino a formare intrecci quasi inestricabili.

arthur koestler Buio a mezzogiorno
Con il titolo della traduzione inglese

Di questa complessità è partecipe anche Buio a mezzogiorno, a partire dal titolo stesso. Infatti Koestler ne scrisse la prima stesura in tedesco poi, costretto a fuggire dalla Francia a causa dell’invasione nazista, spedì una copia del manoscritto originale a Zurigo, al suo editore, poi fece tradurre frettolosamente il testo alla sua compagna in inglese e lo spedì a Londra; tuttavia, a causa delle vicissitudini dell’autore, il suo manoscritto in tedesco purtroppo andò perduto e, parallelamente, si persero le tracce anche della copia inviata a Zurigo. Il libro perciò fu pubblicato nella traduzione inglese a Londra nel 1940 con il titolo Darkness at Noon, e a partire da questa versione fu tradotto nel 1946 in italiano, con il calco Buio a mezzogiorno (anche se in tedesco il titolo è Sonnenfinsternis, cioè “Eclissi di sole”). A sorpresa, una decina di anni fa, dalla Biblioteca centrale di Zurigo è riemerso l’originale tedesco (dal titolo eponimo Rubaschow) che si credeva perduto: questa scoperta ha permesso di ripubblicare l’opera sanando alcune difformità rispetto ad alcune traduzioni storiche.

Arthur Koestler (a sinistra) con gli scrittori Robie Macauley e Flannery O’Connor in Iowa nel 1947 (Photo by C. Cameron Macauley)

In Francia, invece, il libro, che venne pubblicato nel 1945 facendo grande scalpore, tanto che fu criticato da Sartre e dalla de Beauvoir, che rifiutavano di accreditare una narrazione anticomunista, uscì con il titolo Le Zéro et l’Infini, citazione di una frase molto significativa che si trova nella prima parte del libro: “Tutto ciò in cui aveva creduto, per cui aveva combattuto e predicato da quarant’anni a quella parte s’abbatté sulla sua coscienza in un’onda irresistibile. L’individuo non era nulla, il Partito era tutto; il ramo che si stacca dall’albero deve seccarsi, morire.”

L’edizione francese, dunque, desidera soprattutto mettere in evidenza che il Partito è tutto e l’individuo è uno zero, perciò l’individuo risulta sacrificabile in nome del benessere della collettività; peccato, ovviamente, che la collettività sia comunque la somma degli individui.

Infatti, secondo lo Stato, la sorveglianza, concentrandosi soprattutto sugli individui, deve essere capillare e aspirare a sradicare a qualunque costo anche caratteristiche umane come l’irrazionalità, l’errore, i sentimenti: infatti nulla di tutto ciò è accettabile, perché potenziale fonte di perturbazione dell’ordine geometrico e granitico che il Partito vuole edificare. Questa tesi è ribadita nel capitolo finale del libro, che si intitola La finzione grammaticale, espressione con la quale Koestler vuole indicare l’Io individuale: infatti, rispetto al vincente “Noi” dello Stato (non si può non ricordare la distopia antitotalitaria di Zamjatin, dal titolo Noi), il soggetto, il singolo, sono delle nullità, appunto solo una convenzione delle regole della grammatica, senza diritti.

Molto significativamente in esergo Koestler cita un brano di Machiavelli, tratto dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: “E chi piglia una tirannide, e non ammazza Bruto, e chi fa uno stato libero e non ammazza i figlioli di Bruto, si mantiene per poco tempo”. Proprio Machiavelli è il protagonista occulto, il teorico del male, come viene lasciato intendere nelle ultime pagine, nelle quali Rubasciov in punto di morte riflette tra sé e sé: «C’era un errore nel sistema; forse consisteva nel precetto, ch’egli aveva considerato finora incontestabile, in nome del quale veniva sacrificato: nel precetto, che il fine giustifica i mezzi. Era questa frase che aveva ucciso la grande fraternità della Rivoluzione e gettato tutti allo sbaraglio. Che cosa aveva scritto egli una volta nel suo diario? “Abbiamo gettato a mare tutte le convenzioni, la nostra sola guida è quella della logica conseguente; navighiamo senza zavorra etica”. Forse la radice del male era tutta qui. Forse non s’addiceva all’umanità navigare senza zavorra».

In tempi complessi come quelli che stiamo vivendo, un po’ di zavorra etica che ci liberi dalla matematica dell’algoritmo potrebbe servire anche alla nostra confusa umanità.

Arthur Koestler nel 1969 (Eric Koch per Anefo – Nationaal Archief)
  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale scrive qui di libri importanti e dimenticati
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