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Luca Billi. La Mucca e Broadway, una intervista tra romanzi e teatro

In un pomeriggio particolarmente caldo di una estate che ha battuto svariati record di calore ho potuto intervistare Luca Billi, al quale sono legata da antica amicizia fin dagli anni del liceo, in un momento in cui congiunture favorevoli ci hanno permesso finalmente un incontro faccia a faccia, confortati da aperitivi colorati in un locale ben condizionato.

Luca Billi, filosofo di formazione, ha scritto finora due romanzi, entrambi pubblicati da Villaggio Maori (Una mucca alla finestra nel 2020 e Anything Goes nel 2022) e uno sterminato numero di articoli per il suo blog I pensieri di Protagora e per Allonsanfàn. Anche se, come gli piace ripetere spesso, vorrebbe essere ricordato come un “minore del Novecento”, i suoi testi si muovono in ambiti che riguardano argomenti tutt’altro che minori. A Luca, infatti, interessa mostrare l’intreccio tra la grande Storia fatta dai vincitori o costruita dagli storici e la piccola storia, quella della quotidianità ma anche quella dei dissidenti, dei marginali (o meglio dei marginalizzati), senza i quali però non si può progredire. Ma quello che contraddistingue la sua narrazione è soprattutto lo stile di scrittura, sempre preciso ma scorrevole, talvolta quasi affabulatorio, che si ritrova splendidamente anche nella sua conversazione, tanto che ci hanno quasi dovuti estirpare dalle poltroncine del locale, altrimenti saremmo andati avanti a oltranza. Recupereremo al prossimo romanzo.

Luca Billi (foto di Lorenza Moruzzi)

Vuoi raccontare la genesi delle due opere: qual è stata l’idea dalla quale sono scaturite?

«La “Mucca” ha una storia che credo meriti di essere raccontata. Mentre mi preparo per andare in ufficio, ascolto sempre Qui comincia su Radio 3. Una mattina di qualche tempo fa il conduttore, introducendo un brano di Ferruccio Busoni, ricorda che il compositore l’aveva scritto a Zurigo durante la prima guerra mondiale. Poi aggiunge, quasi distrattamente, che in quei mesi a Zurigo, nella stessa via, la Spiegelgasse, aveva aperto il Cabaret Voltaire e viveva, esule, Lenin. Quella notizia mi è rimasta in testa tutta la giornata. Anzi credo che ci fosse già, seppur nascosta, in un qualche cassetto della mia memoria. Così ho cominciato a cercare notizie e ho trovato che i Kammerer avevano a pigione, oltre che i Lenin, anche una vedova tedesca e un italiano, probabilmente un renitente. Leggendo, ho scoperto che anche Joyce viveva lì e così ho scritto alcuni raccontini che ho pubblicato sul mio blog  I pensieri di Protagora…. Ho avuto la fortuna che li leggesse Patrizia Maltese, che lavora per la casa editrice di Catania Villaggio Maori. Mi ha chiesto se fosse l’inizio di un romanzo, io le ho risposto di no, che sarebbero rimasti quei pochi racconti. E invece è andata diversamente e per altro Patrizia è stata la mia preziosa editor, che mi ha accompagnato in questa avventura letteraria. E nella successiva. ”Anything”  nasce invece dalla mia passione per le canzoni dei fratelli Gershwin e di Cole Porter, per i vecchi film con Ginger Rogers e Fred Astaire, per i racconti di Francis Scott Fitzgerald, per il jazz degli anni tra le due guerre mondiali. Ma anche dalla mia storia politica, che credo ovviamente si riconosca anche nella “Mucca”».

Entrambe le opere hanno richiesto indubbiamente tanto lavoro di ricerca: lo hai fatto prima o durante la stesura? E quali fonti hai utilizzato?

«Per la “Mucca” ho dovuto imparare anche la geografia urbana di Zurigo: e per fortuna che esiste Google Maps. Ormai credo di poter dare delle informazioni sulle vie del centro di quella città, anche se non ci sono mai stato. Confesso che sapevo molto poco della storia della Svizzera e il Dizionario Storico della Svizzera, curato dall’Accademia svizzera di scienze umane e sociali, è stato indispensabile. Immagina la sorpresa quando ho scoperto che le donne in quel Paese hanno potuto votare soltanto nel 1971 e quello è diventato un tema centrale del romanzo. Studiavo e scrivevo, scrivevo e studiavo, le due attività sono andate aventi parallelamente. Ovviamente ho anche letto Zweig e gli autori Dada. A circa metà della stesura ho scoperto che anche un autore che amo moltissimo, Tom Stoppard, ha dedicato un’opera teatrale alla Zurigo della prima guerra mondiale, Travesties, e così ho aggiunto al romanzo la storia di Henry Carr, che è diventato uno dei miei personaggi. Ovviamente anche per ”Anything” c’è stato un lavoro di studio, ma è più antico, perché la mia passione per quel mondo viene da lontano. Diciamo che durante la stesura ho dovuto soltanto ripassare».

Adelaide Lechner a un tavolo del Café Voltaire (immagine generata con AI)

Lo stile. I due romanzi condividono una struttura corpuscolare, quasi democritea: tanti personaggi che si muovono, chiusi in piccole bolle in sospensione che ogni tanto collidono. Concretamente, capitoli corti, azioni veloci, molto intrecciate. Questo stile è una scelta, un istinto o una necessità?

«Certamente c’è prima di tutto l’istinto, perché questo è il mio modo di raccontare, credo che la mia dimensione di narratore sia più il racconto che il romanzo. Quindi non so se posso dire che sia una scelta, ma alla fine posso dire che si è rivelata una necessità, perché nessuno dei miei libri è davvero un romanzo nel senso più classico del termine. Mentre andavo avanti a scrivere le vicende di Adelaide, per cui ho scelto la forma di una sorta di diario, e infatti i capitoletti sono contrassegnati dalla data, sentivo che volevo qualcosa di più e quindi mi sono fatto ispirare dai Dada, che, tra le altre cose, rifiutano le regole accademiche della letteratura. Non sono stato così radicale, ho solo scombinato l’ordine cronologico e quindi capita che vicende che succedono in un punto siano chiarite soltanto dopo alcune pagine, quando ne spiego l’antefatto. Immagino sia un limite per una prima lettura, alcuni dei miei venticinque lettori me lo hanno fatto notare, ma mi piace pensare di aver scritto un “romanzo Dada” e quindi anche questa bizzarria fa parte del racconto. E un discorso analogo vale anche per “Anything” che ho suddiviso in tracce, come un disco, e non in capitoli, perché lo considero un “concerto in forma di romanzo”. “Anything” è una jam session, in cui a un assolo ne segue un altro, che in alcuni casi continua il tema musicale dell’artista precedente, ma più spesso ne avvia uno nuovo, magari richiamandosi a qualcosa sentito molte pagine prima. In entrambi i miei romanzi ho voluto, non so quanto coscientemente, lo ammetto, far capire che la forma è anche sostanza. E mi piace pensare che in entrambi ci sia un ritmo jazz».

A teatro, Anything Goes (foto di Francesca Bocchia)

Il rapporto che hai con la storia è interessante e non scontato: come potresti spiegarcelo?

«A me piace scrivere, mi diverto e vorrei condividere questa gioia con i miei lettori. La “Mucca” è un romanzo storico, in cui mi sono concesso davvero poche libertà letterarie, credo meno di quelle che si è concesso Manzoni quando ha scritto la storia di quei due giovani innamorati del lago di Como. Mi piace pensare che i miei lettori leggano la “Mucca” cercando queste mie bugie. E scopriranno che le storie più inverosimili, quelle che sembrano inventate, sono proprio quelle vere. E anche “Anything” può essere considerato un gioco, perché ho inventato alcune storie, molte altre le ho solo raccontate, e spesso ho fatto interagire tra loro personaggi inventati da me, personaggi di libri e di film, e persone realmente vissute. Sta a voi scoprire quali sono».

Quando e come scrivi? Hai già un canovaccio prima di iniziare la stesura oppure concateni gli episodi cammin facendo?

«Stephen King dice che ci sono gli scrittori “architetti” e quelli “giardinieri”. Io sono senz’altro della seconda categoria. Anche quando ho deciso che la storia di Adelaide sarebbe diventata un romanzo non avevo assolutamente idea di cosa le sarebbe successo e quindi di come si sarebbe concluso. Anzi mi piace dire che Adelaide, da brava maestra emiliana, mi ha preso per mano e mi ha fatto scrivere la sua storia. L’unica vera invenzione della “Mucca” è proprio Adelaide, anche se, riflettendoci alla fine del romanzo, anche lei non l’ho davvero creata io. Mi piace dire che io ho conosciuto Adelaide perché ho avuto l’opportunità e la fortuna, specialmente durante il mio impegno politico, di conoscere tante donne come lei, tenaci, capaci di coniugare la ricerca dell’ideale, anche il più utopistico, con la forza di metterlo in pratica. La “Mucca” è anche il mio personale ringraziamento a una generazione di compagne, permettimi di usare questo lessico antico, che hanno costruito il nostro Paese, in silenzio e senza retorica. Quando scrivo in genere non correggo molto. Però mi ha impegnato parecchio quella che cinematograficamente chiamerei la fase di montaggio. Entrambi i romanzi, anche se per ragioni diverse, rifiutano in maniera programmatica un andamento cronologico classico. Per entrambi i romanzi, una volta che ho avuto tutto il “girato” mi sono impegnato a dargli un “ordine”, o un “disordine” che avesse per me un senso».

Zaira Giangreco in Anything Goes (foto di Francesca Bocchia)

Hai degli autori di riferimento? Per lo stile di montaggio mi fai pensare ad autori coevi come l’espressionista Döblin o Dos Passos o il Jules Romains, inventore dell’unanimismo.

«Mi fai un onore accostandomi a questi nomi. Certamente devo molto, nella costruzione di “Anything” a Dos Passos, ma anche a E.L. Doctorow. Però se devo dire un autore che mi ha influenzato in maniera profonda e in qualche modo ha segnato tutto il mio lavoro è il Bertolt Brecht di Storie da calendario, perché da quei suoi racconti ho sviluppato l’idea di raccontare la grande storia, quella con l’esse maiuscola, attraverso gli occhi delle persone comuni, che poi comuni non sono. L’ho fatto in tanti racconti che ho pubblicato sul mio blog o su Allonsanfàn, con cui collaboro da qualche anno, così ad esempio ho raccontato la storia della guerra di Troia attaverso le vicende della tenutaria di un bordello e di un artigiano impegnato a demolire le †er fare entrare il fatale cavallo. Oppure la storia del collaboratore e complice del dottor Dulcamara o della domestica di Monna Lisa. Queste sono le storie che voglio raccontare e che spero di continuare a fare».

Temi e ambientazioni molto peculiari e consequenziali: cosa ci dobbiamo aspettare per il prossimo romanzo? Vuoi darci qualche anticipazione?

«Sinceramente non credo di aver finito di raccontare quegli anni lì, quelli in cui nasce il Novecento e in cui si vedono in nuce tutte le contraddizioni del secolo. C’è una data, il 1 maggio 1919, era un giovedì. Ed è un giorno che ritorna in entrambi i romanzi. Nella “Mucca” racconto della festa al Lindenhof, il primo Primo Maggio dopo la fine della guerra, ma anche, al di là dei significati politici, la prima grande festa primaverile dopo l’inverno lunghissimo della guerra. In “Anything” ho avuto addirittura la presunzione di proseguire un racconto di Scott Fitzgerald intitolato appunto Primo Maggio in cui anche lui racconta quella data simbolo. E io seguo le storie di quei personaggi, di quell’umanità in bilico tra quello che era finito e quello che stava per cominciare. Ti posso dire che il 1 maggio 1919 ritornerà anche nel terzo romanzo, la cui stesura purtroppo va a rilento, ma questa volta saremo nella Parigi dei surrealisti. Credo che con questo romanzo chiuderò questa mia trilogia dell’età del jazz – perché in fondo anche Adelaide, che pure ama così visceralmente Verdi, è un personaggio jazz. In fondo quello rimane il mio secolo, visto che quello che è seguito non mi piace molto».

Su questa dolceamara considerazione generazionale, che condivido con Luca, si è conclusa la nostra intervista. Ci tengo a ribadire che gli scritti di Luca ci coinvolgono a più livelli: sono scorrevoli e ci divertono, sono densi e ci sfidano, ma sono anche, in ultima analisi, delle riflessioni sul nostro presente. Infatti, a un secolo di distanza da quella che presto diventerà la Trilogia del jazz siamo, purtroppo, ancora avviluppati nelle medesime contraddizioni e nei medesimi dubbi ed è qui che riconosco il Luca Billi che, fin da ragazzo, osservava la realtà con uno sguardo lucido e idealistico insieme, senza nascondersi dietro facili menzogne, mai perdendo però la speranza di poter migliorare il pezzo di giardino in cui abitiamo.

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