Può sembrare una pratica anacronistica, o un movimento controcorrente, scrivere poesia nell’anno 2026. Figuriamoci poi quando, fuori da una dimensione confessionale o autobiografica, la poesia nasce per restituire valore alle parole, pulirle e reimpiegarle, quando ancora non prova a rinnovarle aprendosi agli slittamenti sonori del significante (come si diceva una volta) e alla complessità del significato.
Penso a questo non appena apro Salgemma, il nuovo libro di poesie di Silvia Comoglio, libro che rimanda all’intera avventura della poetessa piemontese per pratica di scrittura, e per idea di scrittura, e per temi, naturalmente, fin dalla copertina che riporta un disegno di Margit Koretzková la bambina uccisa nel campo nazista di Terezín, cui Comoglio aveva già dedicato il testo bilingue di Margit e un prato con fiori e farfalle dipinto a Terezín – e un disegno era stato appunto all’origine della ricerca, uno tra quelli raccolti nel Museo Ebraico di Praga.
Oggi questo lavoro sulla parola (e sul verso), ed evidentemente, per contenuto, sulla memoria e sul ricordo, sull’identità di tutti e su quella stessa di chi scrive Salgemma (e anche di chi parla attraverso chi scrive, etc. etc.), questo lavoro di Comoglio ha un suo reload vertiginoso nel tempo, risalendo dalla Torah fino a oggi, fin dove si può scrivere e procedere in un presente continuo.

Vorrei essere meno generico, se ne fossi in grado: legata (anche) alla formazione filosofica dell’autrice, la poesia di Comoglio procede per accumulo più che per scarti, e si definisce attraverso le variazioni.
Comoglio tocca e insieme guarda dall’alto le parole o i sintagmi di un tema e li spende sull’esile e rischioso confine in cui il senso di un discorso nasce, vive e si dissolve – “…sempre sei eco di radice del Tempo senza volto” diceva il primo verso di Margit’s Butterfly in Margit, quasi a illuminare i termini del percorso da compiere. Così, qui, in limine: “la luna che ora dorme – / è orácolo di ombra – / gettata, sulla terra, a scheggia – / di allódola di pietra -”.
La poesia di Comoglio è frammentata e si dispone nello spazio della pagina in modo che ne emerga il suono, in un costante corpo a corpo tra silenzio e rivelazione. La scelta grafica, l’uso massiccio e particolare della punteggiatura, e l’accentazione apparentemente in eccesso di alcune parole ne svela il bisogno di oralità, vale a dire evidenzia la dimensione salmodica del testo.
Dicevo: è tutto più chiaro affrontando il tema dell’allodola e dell’arca, teso e straziante, che inaugura la prima delle tre sezioni di Salgemma, volgendosi indietro alle pagine indirizzate alla bambina di Terezín. Sono versi che evocano un’ala vibrante, qualcosa che si è piantato nella gola, e la serie delle singole strofe unisce l’anelito del canto alla profondità del dolore.
L’allodola che in Margit era simbolo di liberazione e di resistenza, ora (forse) si risolve in una simbologia più marcatamente spirituale: (forse) il testo appartiene a un antico scriba che lavora alla luce di un “lucignolo di fuoco”.
Le parole ripetute di Comoglio – e questa è la seconda cosa che mi colpisce leggendo Salgemma – si ricollegano in particolare alla musica esplicitata di un lavoro precedente, Il tempo ammutinato – non sono il semplice mezzo per dire, ma potrebbero comporre la partitura di un musicista contemporaneo, se non rimandassero più profondamente alla cantillazione.

Il discorso/dialogo di Comoglio ritorna fino al mito della moglie di Lot ritrovando la duplice potenzialità del sale, che conserva e corrode, preserva e sterilizza, e salva dalla decomposizione anche il terribile destino di Margit. Salgemma insegna come custodire la memoria senza trasformarla in statua e il lettore può cercare la luce nell’ombra – una parola chiave del libro – “ombra di confine”, ”ombra eterna di casa”. Non è un caso che le pagine si chiudano con l’apparizione dell’angelo, messaggero per antonomasia e figura capace di passare dal silenzio al canto, dall’assenza alla voce.
Buona lettura dunque e, insieme, buona convivenza con queste poesie ispirate (spendo volentieri questo aggettivo passato di moda). Proprio per quello che ho cercato di spiegare, Salgemma è un libro che ti lascia dentro delle parole e un’eco.
I libri citati di Silvia Comoglio sono pubbicati da Book Editore. In apertura, House in Ladscape, disegno di Margit Koretzková (@Jewish Museum in Prague)



