Il desiderio di Marzia, studentessa di danza, è diventare la “versione migliore” di se stessa, il che distoglierebbe l’attenzione dalle sue cosce (“da portoricana”) e dal suo culo (“una mensola bombata sotto i reni”), vissuti da lei come eccessivi e volgari.
Ma anche: diventare la “versione migliore” significa abbattere il peso (considerato intollerabile) di 64 chili e eliminare le sgradite forme, magari seguendo l’esempio dell’amica che può permettersi una liposuzione da 8.000 euro. Marzia però non ha tanti soldi, abita in un casermone popolare con i genitori, una coppia vagamente ex sessantotto, di cui conosceremo solo la madre, timida e pietosa.
E poi, è così: soltanto il digiuno e la chirurgia possono rimediare a presunti svantaggiati destini genetici che le deformeranno il corpo anno dopo anno. Anche se il digiuno permette di dimagrire ma lentamente e nei punti sbagliati e la chirurgia ha immediatamente effetti repellenti da carne appesa in macelleria.
In ogni modo, la giovane non vuole confondersi nell’anonimato: detesta sentirsi simile alle “ragazzone” che passano per strada, essere una delle tante che smanettano sul cellulare, fanno shopping compulsivo, si occupano a tempo pieno di ragazzi stile Yale.
Marzia desidera essere libera e trova invece un dio (o un amore coatto) in una bilancia che sputa la sentenza di due numerini sempre frustranti, neanche fosse il corvo di Allan Poe, quello che sa dire solo “Nevermore”.

Il romanzo (il memoir?) Storia della mia fame di Francesca Marzia Esposito (edito da 66thand2nd) parte da 64-62 chili e intitola con i numeri del peso raggiunto i capitoli come se fosse un allarmante (per il lettore e non per la narratrice che vi anela) countdown, all’insegna di Grande Attenzione e Estremo Controllo.
Mi chiedo più volte leggendo: ma questo libro che mette al centro del discorso il corpo, così importante da desiderarne un’assenza aggraziata e ideale, da Ofelia morta in un dipinto preraffaellita, questo libro, dicevo, è una discesa agli inferi o un manuale di ascesi?
Intanto, ci porta in giro per le strade di tutti i giorni, mentre punta l’attenzione sull’ambiente dello spettacolo, per esempio in Rai tra le magre ballerine di uno show del pomeriggio, al quale la ragazza presta passi di danza mentre cova disgusti e angosciate introspezioni. Oppure dietro le quinte di un amore, quando il corpo della narratrice incontra quello di un uomo: un fidanzato, distratto e egoista, che trangugia il cibo da lei preparato non accorgendosi quasi che la sua ragazza per cena mangia solo tre biscotti.
In questo caso, e si tratta forse delle pagine più riuscite del libro, la recita di Marzia diventa un balletto impeccabile fino alla prevedibile rottura, capace di indicare le convenzioni sociali che vorrebbero legare una femmina bambola (che si finge meccanicamente e consapevolmente fidanzata, amante, madre, badante…) a un maschio padrone, ricco e dedito a una ipocrita socialità – io ci ho trovato dentro dell’oggettività romanzesca alla Moravia.
Di certo, l’ossessione della narratrice sa trasformarsi in scrittura ed è questo che rende Storia della mia fame (67thand2end) significativo e avvincente al di fuori di ogni morale nichilistica o consolatoria – morale che nei libri non deve poi c’entrare nulla, men che meno come indizio di valore – e lo pone invece all’interno di precise scelte estetiche.
Non è nemmeno detto che questa storia di fame – rabbiosa e disperata, umile e fiera, stupidissima e intelligentissima – desideri significare qualcosa, cioè voglia essere interpretata, sezionata, analizzata nel senso di psicologizzata… Allo stesso modo Marzia sdegna naturopati e terapeuti lacaniani.

Storia della mia fame – capisco infine io, in qualche modo voyeur e in qualche modo sodale della protagonista – è in essenza un libro sul dolore, un dolore che appunto coinvolge chi legge, mentre il corpo di Marzia si allontana dalla realtà, salvandola o esiliandola dalla banalità della vita di tutti i giorni. Questo corpo sente freddo, un freddo polare, mentre fuori fa caldo ed è la nota più inquietante – più del “perfetto” sfacelo fisico – la nota più toccante della terribile condizione reale e simbolica in cui si trova la protagonista di Storia della mia fame. L’abilità della scrittrice è nella sua capacità di fissarlo sulla pagina, questo gelo, questo dolore, anche se non gliene importasse niente di trasmetterlo a qualcuno.



