Nella prima pagina dei volumi firmati per la libreria Verso di Milano, Giulia Scomazzon ha scritto a mano dei pensieri a mo’ di dedica. Ogni copia del suo romanzo, 8.6 gradi di separazione (nottetempo), ne ha uno diverso.
Nella copia che acquisto io, trovo questo: “Caro lettore, sapevi che vivo in un paesino noto in tutto il mondo per la partita di scacchi viventi? Una cosa ridicola! Giulia”. Ecco: Marostica, e nel libro siamo da qualche parte non meglio precisata del Veneto.

8.6 gradi di separazione è la storia in prima persona di Alice e subito colpisce il lettore tradizionale che c’è in me, perché lo induce costantemente a domandarsi se ha in mano un memoir – evidentemente no, poiché l’autrice si chiama Giulia! – o una storia parzialmente vera.
Non è ansia classificatoria. 8.6 gradi di separazione costringe quasi per forza – per la forma stessa del racconto – a confrontare ogni capitolo, anzi ogni paragrafo delle tre sezioni in cui è diviso, con un’idea di realtà.
È infatti un puntiglioso e argomentato, acuminato monologo – niente stream interiore, niente lirismi o svenevolezze – di un’insegnante trentenne, un’ex ragazza alle prese con una serie di problemi, il peggiore dei quali apparentemente si rivela essere una dipendenza alcolica.
Dice Alice, che mostra di saper bene chi è, nel suo corpo a corpo con se stessa, ma anche nello scontro con la brutale ipocrisia di un luogo che non ama: «Riesco a immaginare, senza quasi nessuna fatica, le forme di dipendenza come modi di autoconservazione». L’alcol e le pillole sono, quasi per paradosso, gli alleati di una sopravvivenza costruita sulla simulazione: coinvolgono l’essere donna in quel piccolo paese del Veneto, l’indecisione nel diventare non tanto adulto quanto quel tipo di adulto che senza coscienza vi abita.
Nel racconto dell’ex ragazza, tra lampi di sarcasmo e autoironia, si vede transitare la carcassa di un amore se non tossico almeno banalmente ottuso (da parte di lui), intanto che Alice passeggia nei freddi bar gestiti da impassibili cinesi, si sfonda nei weekend, e in settimana corre affannata tra i posti del lavoro: la scuola, che le dà qualche umana soddisfazione, e i campi di un’azienda agricola, molto ecologica e molto farlocca, dove sconta la pena per un incidente d’auto di cui non ha colpa.
Alice analizza bene se stessa – meglio di uno psicoanalista -, riconosce e ammette le sue poche pretese, conduce sé e chi legge in un progressivo avvicinamento a una verità – a una serie di verità – che la tocca in prima persona. Sotto il suo sguardo – limpido e lucido nonostante troppo alcol e troppo tavor – sfila una scena popolata di falsamente benevoli burattini: i santi burocrati degli A.A., gli avvocati sussiegosi, gli psicologi e gli psichiatri supponenti che Alice incontra quasi masochisticamente per cercare di placare gli attacchi d’ansia.
Detto in chiaro: invece, Alice non sembra mai un burattino, o meglio una pedina – per ritornare agli scacchi viventi di Marostica – nelle mani di Giulia Scomazzon. È sempre molto di più, è carne viva. Io l’ho seguita leggendo d’un fiato fino alla fine (se c’è una fine) proprio perché è più vera di qualsiasi artificio letterario e perché legge senza copiarli ottimi scrittori, come John Cheever e Richard Yates.
«Riesco a immaginare, senza quasi nessuna fatica, le forme di dipendenza come modi di autoconservazione». Anche il poco che chiede per sé Alice deve conquistarlo, passo dopo passo – e no, non c’entrano i famigerati Dodici Passi e non esiste alcun Potere Supremo…
Chiuso il romanzo cerco il vero memoir di Giulia Scomazzon, quello con cui ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima 2024, La paura ferisce come un coltello arrugginito (nottetempo).
A margine Di Veneto alcolico ha parlato anche uno dei pochi film italiani che hanno avuto successo in questa stagione, Le città di pianura. Ho linkato un nostro post, conscio che quello di Francesco Sossai è un film di uomini, per soli uomini, e proprio senza donne (perché sembrano addirittura non esistere nello scazzato milieu da lui descritto).



