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Ivan Cotroneo. Grande, il romanzo della madre

E purtroppo viene il momento del distacco dalla madre, madre con la lettera minuscola o maiuscola, qualsiasi cosa questa differenza significhi (comunque qui si userà una concreta minuscola).

Se poi il distacco, invece che fulmineo, si svolge in un consistente numero di mesi, a chi resta spetta la paradossale elaborazione del lutto riguardante un vivo – per quanto si rimanga sempre sull’orlo dell’indicibile. Può nascerne un romanzo, come in questo caso: aprendosi a una struttura narrativa articolata, il racconto dell’addio consente sia il ritratto della madre sia soprattutto la riflessione del figlio (Ernesto, qui in apparenza uomo già fatto e vissuto), venata di dolore e spavento, di spaesamento e dubbi che si riaprono sulla propria identità.

Che cosa meglio/peggio dell’Alzheimer può prolungare il commiato, per certi versi già avvenuto, ma continuamente rievocato e approfondito di imprendibile senso e significato ogni giorno che passa? Che cosa meglio/peggio dell’Alzehimer si contrappone al lavoro di un romanziere, essendo quella malattia il contrario esatto di una parola che accomuna, essendo forse nemmeno interpretabile?

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In copertina, Despoina Kantere, Low rank gangster

Ivan Cotroneo, scrittore, sceneggiatore e regista, classe 1968, diventa Grande (La nave di Teseo) con il suo personaggio non sappiamo quanto autobiografico – ormai su ogni storia famigliare incombe la tara del memoir – e narra l’addio alla madre in un italiano semplice, pulito, solo a momenti increspato dall’emozione, e in brevi asciutti capitoli dagli accenti minimalisti – ci si svela cioè attraverso i gesti (gli indizi) della quotidianità.

I dubbi che il figlio nutre sulla sua identità sono anche sessuali: stupito e imbarazzato da tutto ciò che di carnale e primordiale si manifesta nel rapporto con la malata, ormai senza rete, uscita dalle convenzioni sociali, il protagonista (o deuteragonista) del libro lascia spesso casa per rifugiarsi in una Napoli che d’estate è un “grande sesso che pulsa”, non si capisce bene se maschile o femminile, e che non discrimina chi è gay come Ernesto, anzi lo accoglie e in qualche modo consola.

Non è un caso che gli interni del romanzo siano la casa natale, il desco in pericolo, e un non meglio precisato locale, ritrovo omosessuale con serate kinky vissute smagatamente pure da chi le organizza. Non è un caso neppure – ma decidete voi perché – che questi due luoghi sembrino addirittura comunicanti. Quasi che il coming of age in viso alla morte preveda sia una sorta di apparentemente degradante rito purificatore tra sangue e feci, sia un nuovo coming out dalle proporzioni rischiose e sconosciute (al proposito: vedi gli ultimi tre intensi capitoli).

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Ivan Cotroneo (foto: Caiomerlino britannico)

Ivan Cotroneo, che ci ha molto spesso fatto ridere, qui tiene il lettore sulla corda in un misurato romanzo costruito su un dolore smisurato. Il suo Ernesto – un nome che rimanda al ragazzo di Umberto Saba? – vive schermandosi dietro una gentile ragionevolezza, sapendo forse che prima della madre deve curare se stesso, intendendo la parola cura nel senso più ampio. E che, scomparsa la madre, sarà finita per lei, ma non per lui, che con i vivi continuerà a farsi domande.

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