La colpa della brutta fama è anche un po’ di Paolo Conte, che nella sua Per ogni cinquantennio taglia corto e canta: «Del resto per tre ore siano a Sparta…». E poi giù, a descrivere un ritrovo celebrativo ad alto tasso alcolico di maschi rumorosi e presumibilmente “patriarcali”. In questi giorni, ha fatto ben di peggio il premier israeliano Benjamin Netanyahu che, rispetto all’invasione di Gaza, ha paragonato lo Stato mediorientale a una «super-Sparta» per la capacità di produrre armi e soprattutto di impiegarle sul campo.
Già, Sparta. L’antica città greca della Laconia, regione del Peloponneso, ha avuto – e per molti continua ad avere – questa fama di una realtà rude, non corrotta dalla cultura, guidata da un’oligarchia inflessibile e basata sul culto virile della guerra. Che comunque permise ai 300 combattenti del re Leonida di resistere alle Termopile (la celebre strettoia vuole la “e” finale perché il nome greco è femminile e, tradotto in latino, prende il dittongo “ae”), e immolarsi contro lo strabordante esercito del persiano Serse, passando così alla storia. Ulteriore, pessima pubblicità per la città-Stato, la tradizione di liberarsi dei neonati con malformazioni, gettandoli dalle alture del monte Taigeto. Vedremo che si tratta di una fake news.
Decisamente contraria ai facili luoghi comuni è la storica dell’antichità Laura Pepe, che per questo ha scritto il saggio Sparta (Editori Laterza, 248 pagine, 20 euro). Partendo da un assunto semplice ma cruciale: considerare ciò che archeologia e seria ricerca storiografica hanno in effetti accertato e così fare un ritratto più attendibile (autentico?) all’antagonista per eccellenza della democratica e molto smart Atene. «Certo, ho considerato tutte le fonti disponibili» dice la studiosa ad Allosanfàn. «Però sul “luogo del delitto”, proprio là a Sparta, ci sono stata varie volte».
Ecco che Pepe, con acutezza divulgativa e una scrittura coinvolgente, offre una rappresentazione originale. La Sparta a cui siamo abituati – tutta durezza cupa ed esclusiva esaltazione all’arte bellica – assume così profondità e riserva molte sorprese. Evviva.

Professoressa Pepe, partiamo dalla formazione dei giovani. Perché a Sparta era così importante la cosiddetta agoghé?
«Questa espressione indica il percorso di preparazione dei cittadini guerrieri – le “fondamenta” dell’architettura sociale, contemplate dalle leggi del VII secolo avanti Cristo che si fanno risalire al leggendario legislatore Licurgo. L’educazione cominciava da piccoli, proseguiva fino ai 30 anni e creava ai giovani un fortissimo senso di appartenenza. Oltre all’addestramento prescriveva l’obbedienza incondizionata, il dominio di emozioni e paura, la capacità di sopportare la fame e il freddo. Una condizione per certi versi più dura della stessa guerra. Ma questo tirocinio determinava la diversità e la potenza di Sparta. Anche sulla formazione, comunque, vanno sfatati alcune eccessi. Non è che a sette anni i bambini venissero strappati alle famiglie per consacrarsi allo sviluppo guerriero: alla fine della giornata infatti facevano ritorno a casa. Solo dopo i 12 anni entravano a tutti gli effetti nel sistema educativo dell’agoghé».
Atene versus Sparta. Dal suo saggio sembra emergere che la culla della democrazia abbia avuto un marketing decisamente migliore della città-guerriera.
«Partiamo da dati di fatto. L’esaltazione della democrazia ateniese prende punto dal famoso discorso di Pericle, del 430 dopo Cristo – riportato una ventina di anni dopo dallo storico Tucidide, non dimentichiamocelo. Il politico e oratore ateniese avrebbe detto: “Ciascun cittadino ha la facoltà di uscire dall’oscurità”, celebrando la possibilità per i suoi cittadini di intervenire sulla “cosa pubblica”. Peccato che all’assemblea – ovvero il luogo tra l’agorà e l’acropoli dove si prendevano le decisioni – sulla carta partecipasse meno del 20 per cento di chi aveva diritto; di fatto era circa il 10 per cento, considerando che la maggior parte delle persone viveva lontano dal centro urbano e non si poteva certo permettere di lasciare il lavoro per far valere la propria opinione. Inoltre, come accade sempre in politica, i retori grazie all’arte del parlar bene riuscivano a portare le diverse fazioni sulle proprie posizioni».
Conclusione.
«Di sicuro, a Sparta partecipavano alla politica molti più cittadini: una cifra del 20 per cento è verosimile. In numeri assoluti, avendo la città del Peloponneso meno abitanti, erano più gli ateniesi; ma affermare che nella capitale dell’Attica ci fosse una forma democratica è falso. Atene si è anche avvantaggiata dall’essere identificata come patria delle lettere, mentre Sparta porta il marchio di una popolazione di zoticoni. Altra falsità. Qui, infatti, c’era grande sensibilità per la dimensione religiosa e per la musica, ci tramanda il padre della storiografia Erodoto. Al contrario, l’Illuminismo prima e soprattutto l’Ottocento hanno contribuito ad alimentare quest’idea di poteri politici antitetici. C’è però da sottolineare come il proto-illuminista Jean-Jacques Rousseau fosse un estimatore di Sparta per l’educazione che dava ai propri giovani».
Sintetizzando, quali sono gli elementi di maggior forza di Sparta?
«Il senso di comunità. Gli “spartiati”, ovvero i cittadini che nel momento di maggior potenza della città erano circa 10 mila, avevano una totale devozione per essa. Si spiega così il suo successo militare rispetto al migliaio di realtà politiche greche dell’antichità».

Che cosa ci dice però dei bambini deformi soppressi alla nascita?
«Mi sono riletta le testimonianze in cerca della notizia. Ma solo un passo di cinque righe di Plutarco – che è comunque lo storico greco vissuto in età imperiale romana, ben dopo il tramonto di Sparta – riporta che questi bambini venivano “mandati via” per la loro menomazione fisica. Di certo non gettati dalle rupi del Taigeto, che peraltro oggi sono state terrazzate. Si tenga presente poi che persino un sovrano, Agesìlao, aveva un grave handicap: era zoppo.».
Nel libro lei parla delle spartane come più emancipate rispetto alle altre donne greche. Possibile?
«Non confondiamo la condizione di queste cittadine greche con un’emancipazione di tipo femminista: sarebbe sbagliato. In generale, i presupposti per una maggiore libertà sono l’educazione e l’indipendenza economica; ecco, le spartane, a differenza delle ateniesi, allenavano il fisico in parallelo agli uomini, con l’obiettivo di generare figli più robusti. Non solo: probabilmente erano anche in grado di leggere e scrivere. Soprattutto, rispetto alle altre donne greche, potevano possedere dei beni. Le ateniesi dovevano restare in casa, all’opposto delle spartane che in qualche modo si allargavano nello spazio politico maschile».
Tutti abbiamo in mente il film 300 di Zack Snyder sulla battaglia delle Termopile. Che significato ha questa sconfitta nella storia di Sparta?
«Di sicuro l’esercito spartano contava più uomini, ma i cittadini guerrieri erano in quel numero. So bene che la storia non si fa con i “forse”: eppure, se non fossero stati traditi dal greco Efialte e quindi accerchiati dai persiani, sono convinta che avrebbero potuto resistere fino all’arrivo dei rinforzi dalle città greche alleate. E a quel punto lo scontro come sarebbe finito? Consideriamo inoltre che l’esercito di Serse disponeva sì di moltissimi soldati, ma i professionisti non erano così tanti. Gli spartani erano, invece, un’élite bellica. In definitiva quel sacrificio è stata una “vittoria morale” e ha posto le basi per la battaglia di Salamina, in cui la più abile flotta di Atene sconfisse quella persiana, salvando così la Grecia. Sparta, al contrario, non è mai stata forte sul mare… Va però aggiunto un ulteriore elemento: alcuni decenni dopo, la stessa eroica città delle Termopile chiese aiuto ai “nemici” persiani, oi barbaroi cioè i barbari, per battere Atene durante la guerra del Peloponneso. Ecco che la “grecitudine”, il senso di superiorità rispetto agli stranieri, veniva strategicamente messo da parte. À la guerre comme à la guerre».

Dopo tanto sangue, almeno un sorriso: sembra che gli spartani, oltre allo spirito guerriero, coltivassero pure l’ironia. È così?
«Utilizzavano le parole con parsimonia, depurando i discorsi del superfluo. (e deriva dal nome della regione di Sparta il nostro aggettivo italiano “laconico“, ovvero di poche parole). Questa asciuttezza produce quindi un umorismo essenziale, dry si direbbe in inglese. Per fare qualche esempio: si legge di un giovane che, scartato dal corpo scelto dei combattenti, commenta: “Sono felice che ci siano 300 spartani migliori di me a difendere la città”. Oppure c’è il re che rivolto al medico che gli ha detto: “Stai benissimo”, replica: “Per forza, non sei tu a curarmi”. Ricordiamoci anche che Sparta, unica città della Grecia, aveva dedicato persino una statua al riso…».
Insomma, la realtà storica di Sparta va molto rivista e corretta.
«Occorre liberarla dalle mistificazioni. Penso a come il nazismo abbia diffuso – e usato – l’esempio di Sparta come città militarista da imitare. E più di recente, nel 2021, prendiamo l’assalto a Capitol Hill da parte dei supporter di Trump. Tra i loghi esibiti si è vista la scritta Molòn labé, che in greco significa “vieni a prenderle”. Ovvero la risposta di Leonida a Serse, il quale alle Termopile gli intimava di deporre le armi dei suoi 300 guerrieri. Non si può lasciare Sparta alla destra suprematista e alla superficialità storiografica: con tutte le sue sfaccettature, è un patrimonio dell’umanità!».
- In apertura, un frame del film 300. Credit: Ancient Sparta by Ronny Siegel is licensed under CC BY 2.0.
- Giornalista scrittore e fotografo, Mauro Querci ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui



