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Fenoglio, Il partigiano Johnny: un campo da gioco per filologi tra lingua ed esistenza

Il romanzo di Fenoglio Il partigiano Johnny è un vero e proprio campo da gioco per filologi. La sua vicenda editoriale è talmente tormentata che sarebbe legittimo chiedersi quanto ci sia di autentico nelle edizioni che leggiamo, visto che non siamo sicuri di niente, né del finale, né della suddivisione in capitoli, né della struttura.

Lo stesso Fenoglio avrebbe voluto che il suo testo venisse distrutto. Anche Virgilio e Kafka avevano lasciato un’analoga disposizione in punto di morte, ma così non è stato, per fortuna. Perciò dobbiamo comunque essere contenti che le ultime volontà di Fenoglio siano state disattese, perché l’opera che possiamo leggere, pur con le riserve necessarie riguardo alla sua forma non perfettamente compiuta, costituisce una summa delle riflessione di Fenoglio sulla Resistenza.

Beppe Fenoglio
La prima edizione è del 1968

Non si tratta di un romanzo in cui la trama sia importante, e questo è tanto più vero perché non si capisce esattamente nemmeno che fine faccia il protagonista stesso. Per l’intero, lunghissimo testo si esplora l’interiorità di Johnny, un giovane uomo che dopo l’8 settembre del 1943, tornato ad Alba, dapprima cerca di nascondersi per sfuggire alla leva obbligatoria, poi decide di unirsi alle brigate partigiane, salendo in collina, e lo seguiamo nelle sue peregrinazioni fino al 1945. Moltissimi sono gli episodi che vengono narrati e ricalcano quasi tutti dei topoi presenti in molte altre opere che fanno parte della lunga e necessaria memorialistica della Resistenza.

Fenoglio, però, crea una netta cesura con la letteratura di ispirazione neorealista la quale racconta, meritoriamente, l’epica partigiana perché, al contrario, fa due operazioni del tutto inedite: in primo luogo lavora sull’impasto linguistico e in secondo luogo ripensa l’impianto etico della Resistenza.

Fenoglio ragazzo. Una partita di calcio nel 1945

Per quanto riguarda la questione linguistica, è ineludibile fin dalla prima pagina del libro. Infatti Fenoglio utilizza un impasto verbale fortemente ibridato con l’inglese, sia perché inserisce molte parole direttamente in originale, sia perché fa calchi linguistici o sintattici con l’inglese stesso. Si tratta di un registro linguistico molto alto che obbliga il lettore a un’attenzione attiva, senza distrazioni: probabilmente questa attenzione è molto simile a quella che dovevano avere i combattenti che si aspettavano da un momento all’altro il fischio di una pallottola mortale. Ma, oltre all’effetto mimetico, la polifonia linguistica così accentuata e così caratterizzata somiglia molto alla lingua interiore con la quale parliamo a noi stessi. In effetti, talvolta sembra che il libro sia una trascrizione in presa diretta dell’idioletto usato da Johnny per descrivere a se stesso, dentro di sé, la realtà inconcepibile che stava vedendo. Lo scopo è di ridurre la realtà a un oggetto conoscibile: uno dei compiti principali della lingua è proprio quello di permetterci di perimetrare un reale altrimenti incomprensibile tramite delle parole che, se pur in modo imperfetto, riescono a incasellare e rendere coerente l’esperienza dell’uomo gettato in un mondo assurdo.

La lingua di Fenoglio, però,  non si limita a rubricare il reale, ma contribuisce anche a dimostrare la profonda insignificanza della retorica, usata come un’arma dapprima dalla propaganda fascista ma poi anche da una certa epica resistenziale: non a caso, la sua opera non venne particolarmente celebrata dagli intellettuali coevi, anche se i motivi di conflitto riguardavano soprattutto la postura di Fenoglio nei confronti dell’impegno politico.

Per quanto riguarda invece l’impianto etico, questo è il romanzo degli sconfitti: non è né celebrativo, né consolatorio e tantomeno esalta l’eroismo della lotta. Il partigiano Johnny è impastato di fango e pioggia, di dolore e paura: la morte è la compagna inevitabile e mai pacificata delle marce dei partigiani.

Fenoglio Johnny
Con un saggio di Dante Isella

Senza dubbio Fenoglio ha imparato lo smontaggio antieroico del racconto bellico dalle pagine della letteratura americana, dal maestro Hemingway, così referenziale e piano, soprattutto quando racconta l’indicibile. Tale atteggiamento, però, non sfocia mai nella satira acida, come aveva fatto Céline nel Viaggio al termine della notte dove l’autore francese, pur demolendo anch’egli la retorica dell’eroismo a colpi di destrutturazione linguistica, assume un punto di vista degradato, osserva dal basso, quando invece Fenoglio osserva e racconta quello che vede dalla posizione a latere che gli viene permessa dalla lingua straniante e personale che usa.

Per trovare un punto di vista e un’analisi assimilabile a quella di Fenoglio, probabilmente bisognerebbe spostare lo sguardo sulla produzione di alcuni poeti divergenti rispetto al canone novecentesco, come Giorgio Caproni che, nella raccolta Il passaggio di Enea e soprattutto ne Il muro della terra, riporta i sentimenti di disillusione, dolore, pietas che provava ripensando agli anni della Resistenza, superando così l’epica resistenziale a favore di una dimensione esistenziale e universale.

Per Fenoglio, in definitiva, nessuna buona causa giustifica la morte in guerra e in questo senso il suo messaggio universale risuona anche nelle parole di Cesare Pavese che, nel romanzo La casa in collina, scriveva: “ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

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