UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Kolchoz di Carrère. Storia di una madre e di una famiglia

«Ma vale la pena leggerlo, l’ultimo di Carrère, oppure come al solito parla solo dei fatti suoi?».

Alla domanda, posta da un amico, la risposta è sì. Sì, vale la pena leggerlo e farlo è una meraviglia (come per quasi tutti i precedenti libri/saggi dello scrittore francese). E sì, parla ovviamente di sé, con compiaciuta autocritica, semifinta modestia, e l’esibita nonchalance di chi possiede un pedigree familiare e intellettuale di prim’ordine.

carrère

Kolchoz (cosa vuol dire il termine lo spiega il risvolto di copertina, senza che lo facciano queste righe) è l’omaggio che Carrère dedica a sua madre, la celebre storica francese Hélène Carrère d’Encausse – nata Zourabichvili – origini aristocratiche e numerosi titoli conquistati in vita: svariati dottorati, membro dell’Académie française, dell’Accademia russa delle scienze, dell’Accademia rumena, dell’Accademia di Atene e dell’Accademia reale del Belgio, e mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare.

Personaggio così stimato e importante da coinvolgere nei suoi sontuosi funerali di Stato, nel 2023, a 94 anni, il premier francese Emmanuel Macron nonché folle di scrittori, personalità eminenti della culture nationale, politici, accademici, storici. E, nella descrizione che ne fa il quasi altrettanto illustre figlio, donna affascinante, autorevole, caratteriale, a tratti (sospettiamo) insopportabile, docente universitaria carismatica, esperta di storia e geopolitica russe (e sin troppo indulgente nel suo giudizio su Putin).

Ma il viaggio nell’infanzia dello scrittore e la rievocazione del loro rapporto dapprima amorevolissimo poi sofferto e conflittuale, infine pacificato, è la chiave con cui Carrère apre porte che danno su luoghi, epoche, personaggi (tanti, forse troppi per la nostra fuggevole memoria) colpiti da destini formidabili, degni del loro spessore umano benché spesso assai tragici.

Conosciamo così le vite soffertissime di esuli ebrei, di antenati e parenti remoti con esistenze a tinte forti (le nostre, al confronto ci paiono del tutto sbiadite), di intellettuali eccentrici e geniali anche se in odore di collaborazionismo nella Francia occupata dai nazisti (l’ombra, mai fugata, della complicità con il regime del male si addensa anche sul nonno di Carrère, e sarà questa colpa impronunciabile a causare un distacco tra Hélène – che difendeva il padre – e il figlio – che con implacabile ispirazione narrativa lo “denuncia” nel libro Romanzo russo – a segnare fra i due un solco profondissimo. La madre non gli perdonerà la pubblicazione del libro, e non gli parlerà più per lunghi anni).

Dalle storie private della pregiata dinastia Carrère emerge prepotente la Storia, rievocata con quella scrittura intima, accorata e distaccata al tempo stesso (sembra un controsenso ma lui ci riesce), sincera sia pure al netto di qualche manipolazione letteraria, profonda nelle sue tante analisi sociologiche e temporali. E pure, se si può dire, così sfacciatamente amabile da sfiorare la paraculaggine letteraria.

Definire lo stile di Carrère semplicemente “scorrevole” sarebbe un’imperdonabile banalità. È piuttosto un fiume sontuoso che ti trasporta dove vuole lui, nella Parigi degli anni Trenta prima che nell’inferno mondiale, nella Russia avventuriera degli anni Novanta, e poi di nuovo nella Francia durante il lockdown e oggi, ai tempi dell’aggressione putiniana all’Ucraina, e lasciarsi portar via da queste onde narrative è inevitabile, e come fai a tirartene fuori oltretutto?

Perché alla fine succede sempre così: che racconti del processo del Bataclan, delle origini del Regno cristiano in terra, di sua madre, dei suoi fallimentari amori, della sua depressione, delle sue paturnie, del litio che prende o dell’alcol che consuma, la voce scritta di Carrère è quella del pifferaio magico dei fratelli Grimm. Lui suona, suona, e noi lo seguiamo, senza annegare mai.

Carrère
Emmanuel Carrère in una foto di Harald Krichel
I social: