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La compagnia dei Celestini: lo specchio deformante di Stefano Benni

Stefano Benni viene a buon diritto annoverato tra gli scrittori umoristici, ma è riduttivo e ingiusto lasciarlo confinato in ununica categoria merceologica, perché la sua opera ha una irriducibile propensione alla libertà.

Quasi tutti i grandi umoristi hanno fatto anche satira politica o sociale, perché in fondo erano dei moralisti sopraffini e penso, in primo luogo, a Swift, ma senza alcuno sforzo vengono in mente anche il Gianni Rodari di La torta in cielo o il Buzzati surreale dei racconti della Boutique del mistero. Stefano Benni non si sottrae al ruolo da grillo parlante, ma lo declina a modo suo, virando alternativamente verso lo sberleffo o verso la malinconia e, per quanto sia umoristico, non è mai cinicamente satirico perché permane nelle sue opere un filo di speranza, rappresentato dai tanti ragazzini che ci presenta, tutti dotati di un anelito talvolta manicheo ma sincero verso la bontà, la giustizia, la verità.

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Stefano Benni sul palco

Si può ritrovare questa tendenza in quasi tutti gli scritti in prosa di Benni, a partire dai fulminei racconti di Bar Sport, passando per lo strepitoso primo romanzo Terra! (a proposito di capolavori del neobarocco postmoderno italiano: Benni è il nostro Thomas Pynchon, però divertente), attraverso gli aforistici animali di Stranalandia e arrivando al cupo, tragico capolavoro che è Comici Spaventati Guerrieri.

Queste prime opere sono riuscite, godibili e creano dipendenza nei lettori ma, in tutta sincerità, sono un posbilanciate per eccesso. Infatti si potrebbe avere limpressione che la creatività rutilante di Benni voglia inserire in un solo testo talmente tante suggestioni, tante battute, tanti spunti da risultare talvolta stucchevole. In generale, il rischio è che i personaggi di Benni si riducano a macchiette, senza scavo psicologico, e le trame si torcano un poa vantaggio della godibilità della battuta. Credo, però, che la sovrabbondanza degli stimoli renda le opere di Benni estremamente originali, visto che le storie vorticosamente intrecciate sembrano scappare da tutte le parti come bisce e non conosco altri autori contemporanei che riescano a compiere questa magia senza perdere il filo e la leggibilità.

La compagnia dei Celestini, uscito nel 1992, al contrario, è un testo più equilibrato, più romanzesco in senso tradizionale, con una linea narrativa centrale piuttosto solida, alla quale si agganciano tante sottotrame, che però convergono in un finale apocalittico che non può che ricordare quello del romanzo La coscienza di Zeno di Italo Svevo, anche se non ne ha la profondità novecentesca.

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Il romanzo è ambientato in un paese che, purtroppo, somiglia molto allItalia degli anni Novanta e racconta la storia di un gruppo di giovani orfani che fugge dal convento-orfanotrofio in cui sono rinchiusi per andare a disputare il segretissimo campionato di pallastrada. Si mettono sulle loro tracce Don Biffero e Don Bracco, allo scopo di riportarli allovile, ma anche i rappresentanti governativi che vogliono scoprire dove si tengono le partite di calcio per farle diventare degli eventi mediatici. Linseguimento arriva anche alla Riviera Adrenalinica, una versione esasperata della Riviera Romagnola, in cui viene messa in scena una società in fibrillazione, che evidentemente balla sullorlo dellabisso.

Il campionato clandestino si terrà e le telecronache degli incontri sono un pezzo di maestria, in cui convergono le grandi specialità di Stefano Benni: lelencazione, lonomastica, la parodia e liperbole.

Il gusto di Benni per gli elenchi fa pensare alla vertigine della lista di cui parlava Umberto Eco, il quale spiegava che il primo esempio di lista nella letteratura occidentale è costituito dallelenco delle navi degli Achei nellIliade. Lelenco si usa per suggerire eccesso, irriducibilità a una gerarchia, ma anche per cercare di contenere la sovrabbondanza del mondo che sconfina nel mostruoso e mi pare che proprio in questo modo venga usato anche da Stefano Benni, il quale si diverte e ci diverte inanellando elementi difformi e apparentemente nonsense (per dimostrarci che è la nostra società a essere nonsense), come nella descrizione di questo giornalista:

Giulio Fimicoli (Tesseraloggia BO36), esperto di costume, di politica interna internazionale e fiscale, di moda, di arte, di riflessioni calcistiche, di coppia, di Sogno Americano, di psicologia dei rapiti, di trekking, di anticicloni, di tecnica militare, di esoterismo, di aborto e di qualsivoglia argomento non compreso nel presente elenco”.

Un altro strumento che Benni padroneggia in modo magistrale, e che costituisce il suo marchio di fabbrica, è la sua felicissima ossessione per lonomastica: con vena poetica, Stefano Benni battezza i suoi personaggi con nomi parlanti, soprannomi, nomignoli, con un gioco di accumulazione da equilibrista molto raffinato. Già nel prologo conosciamo il Mirmidone, ovvero il pittore ottocentesco Amos Pelicorti, padre dei leggendari fratelli Pelicorti tra cui Efrem Pelicorti detto il Termitino, autore del celebre e discusso Cristo col Colbacco, che venne collocato nel refettorio del convento dei Celestini e la cui caduta innescherà la trama dellintero romanzo. I Pelicorti sono personaggi secondari, ma Benni li rende comunque indimenticabili.

Bambini che giocano (foto: jerikOne)

Inoltre, da finissimo lettore, Benni è in grado di imitare in senso parodico, volgendolo allumorismo, pressoché qualsiasi linguaggio tecnico specialistico sia, come accade qui, il gergo sportivo, sia la langue de bois della politica o di un certo giornalismo che si nasconde dietro eufemismi o perifrasi per meglio occultare verità scomode.

Liperbole, infine, in Benni funziona come un acceleratore di particelle: mette freneticamente in moto i personaggi per mostrare quanto siano pericolosi i loro comportamenti che li portano in modo inesorabile verso lautoannientamento. Si tratta, insomma, di un avanti-veloce, con il quale possiamo prevedere lesito funesto di alcuni atteggiamenti del presente: in questo senso, liperbole di Benni ha lo scopo di avvisarci, di squadernarci davanti gli scogli contro i quali andrà a cozzare la nostra società se non si fermerà in tempo o se non invertirà la rotta. Non c’è bisogno di specificare che, come tutti i migliori profeti, da Cassandra in avanti, Benni è rimasto del tutto inascoltato e si è preferito valorizzare laspetto umoristico della sua produzione piuttosto che soffermarsi a riflettere meglio sul contenuto dei suoi libri, forse perché è inquietante vedersi riflessi in un specchio deformante che enfatizza tutti i difetti che si cerca invano di nascondere.

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Stefano Benni par Claude Truong-Ngoc, settembre 2013
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